la Repubblica, 19 gennaio 2017
Il sogno americano di Erdogan
ISTANBUL LA formula è troppo semplice, non si addice al Medio Oriente complicato. America first! America anzitutto! Qui ci si scervella per interpretare le due parole. Alla lettera significano che la super potenza, l’unica sul pianeta, ha deciso di pensare a se stessa. La metropoli sul Bosforo si è appena spogliata della neve caduta giorni fa ed è immersa in un grigiore interrotto a tratti da un sole freddo e cristallino che lucida ponti e minareti. Disertata dai turisti e investita dall’inverno, Istanbul offre un’immagine dimessa; è ancora ferita dall’attentato di Capodanno; è come se attendesse nuovi avvenimenti imprecisabili. Il sogno trionfale di una Turchia neo ottomana e potenza dominante nella regione si è annebbiato da tempo.
E IL PAESE si sente il bersaglio di una vasta gamma di terroristi: dai jihadisti islamici ai curdi estremisti, dai vecchi complici che si sentono traditi ai nuovi nemici, esterni ed interni, di un potere zigzagante sul piano politico e militare. Il paese è circondato da conflitti armati in cui è impegnato; e dai campi di battaglia siriani,nonostante i cessate il fuoco dichiarati, arrivano profughi e terroristi. E cosi da quelli iracheni, dove sulle sponde del Tigri continua l’ assedio di Mosul.
Recep Tayyp Erdogan tenta di dare stabilità al regime incerto dotandolo di un sistema presidenziale destinato a legittimare il suo già personale strapotere. Il miraggio di un modello turco, islamico e democratico, è svanito: e al tempo stesso è defunto il miracolo economico che gareggiava con quello del Sud Est asiatico. Il grande paese, steso su due continenti, non è più la moderna terra promessa dell’ Islam.
Quel che conforta Erdogan è l’ingresso di Donald J.Trump alla Casa Bianca. È un aiuto insperato. Èun inatteso soccorso populista. Dalla Washington di Barack Obama arrivavano critiche e diffidenza. E Istanbul appesantiva la polemica. Le parole di Trump, nonostante la schiettezza con cui sono pronunciate, restano un’incognita e lo resteranno fino alla prova dei fatti. America first! Un’interpretazione, la più semplice, è che il neo presidente voglia chiudere il suo paese in un ermetico isolazionismo, voglia barricarlo dietro un invalicabile protezionismo. E che dunque abbia deciso di voltare le spalle a quel che accade oltre i con- fini nazionali, quindi anche al vulcano in eruzione, subito al di là della frontiera turca, nella valle del Tigri e dell’ Eufrate. Una terra troppo lontana dalla California e meno interessante per il suo petrolio da quando l’ America del Nord sta per essere autonoma in quanto a energia. Sbiadisce l’importanza di paesi ridotti a rissosi balcani, nella nuova visione dell’America di Trump. La quale sembra voler prendere le distanze anche dall’Europa, sulla quale si riversano i profughi dalle guerre e dalla miseria mediorientali. I ricchi emirati del Golfo se ne assumano le spese, dice Trump. Cosi come la Nato, ormai obsoleta, se la devono pagare gli europei se la vogliono mantenere.
I miei interlocutori turchi non credono tuttavia che gli Stati Uniti possano rinunciare al ruolo di arbitri e di gendarmi, e anche di attenti curatori dei propri interessi, dopo averlo esercitato in varie versioni dal 1945. Lascerebbero un vuoto subito riempito da altri. Non ci sono precedenti nella Storia mondiale di una potenza come gli Stati Uniti che dichiara all’improvviso di abdicare al proprio compito. L’eventuale ritiro degli Usa dall’Europa segnerebbe l’espansione dell’influenza russa.
Lo stesso varrebbe per il Medio Oriente dove Vladimir Putin ha già rovesciato la situazione ed è diventato il protagonista della crisi irrisolta. A lui Trump potrebbe lasciare un ampio campo di manovra in Siria (anche perché tenga a bada l’inaffidabile raìs di Damasco, Bashar al Assad), e potrebbe altresì concedere, sempre a Putin, l’immunità per i colpi di mano in Ucraina, al fine di averlo poi come partner nel difficile rapporto con la Cina, vera questione strategica per la super potenza.
In questa ottica il Medio Oriente diventa una moneta di scambio. Sarebbe tuttavia azzardato precisare, prima del suo debutto, l’effetto del nuovo ordine mondiale nel disordine mediorientale. Erdogan, il cui credito internazionale era in netto ribasso, pensa di poterne trarre vantaggio. Alla vigilia dell’insediamento a Washington, Donald J.Trump ha manifestato l’intenzione di fare di Vladimir Putin un interlocutore privilegiato e utile. Per questo pensa appunto di liberarlo presto dalle sanzioni decretate dagli occidentali. Definendo inoltre la Nato uno strumento obsoleto, il neo presidente ha annunciato di fatto che le forze di quell’alleanza, aumentate da Barack Obama e dai predecessori ai confini russi, saranno ridimensionate, in cambio di una concordata riduzione delle armi nucleari.
Il recupero di Vladimir Putin come interlocutore è implicitamente anche una mano tesa a Erdogan. I cui recenti stretti rapporti con Mosca, in particolare durante l’ultima fase dell’assedio di Aleppo, avevano sollevato le obiezioni di molti membri della Nato, di cui la Turchia è uno dei principali alleati. Se l’annunciata intesa di Trump con Putin si concretizza e se l’altrettanto annunciato declassamento della Nato viene attuato, l’indisciplinata posizione di Erdogan diventa legittima. Il presidente turco non sarebbe più un alleato infido ma un leader in sintonia con la politica estera della superpotenza. C’è un netto contrasto tra la prudenza della gente che la sera, temendo attentati, diserta le strade di Istanbul e l’atmosfera che rasenta l’euforia nelle stanze del potere, dove si aspetta l’inizio del nuovo mandato presidenziale americano.
La Turchia criticata e snobbata dagli europei, e tollerata come alleato non sempre affidabile dalla vecchia amministrazione di Washington, è adesso a fianco della Russia. La quale appare come il designato partner dell’America di Trump. Sulla ribalta internazionale Erdogan occupa una posizione di rilievo anche perché rende possibile la riunione di Astana nel Kazakhstan, dove si incontreranno i vincenti e i perdenti della battaglia di Aleppo, e della guerra siriana in generale, durata cinque anni e non ancora conclusa.
È lui, Erdogan, che porta i ribelli sconfitti all’appuntamento nella repubblica asiatica, ex sovietica, dove dovrebbe essere sottoscritto l’accordo per un cessate il fuoco, non del tutto realizzato sul terreno. Astana dovrebbe essere il preludio a una più ampia conferenza di Ginevra. La Turchia di Erdogan presiederà la riunione accanto alla Russia di Putin. E nell’inevitabile suddivisione della Siria in zone di influenza, Mosca e Ankara avranno un peso decisivo. I curdi, dei quali Erdogan teme l’irredentismo e contro i quali combatte apertamente, perderanno i vantaggi su cui contavano come compenso avendo fornito una fanteria efficiente alla coalizione guidata dagli americani. Nel futuro scrutabile l’incubo di un Kurdistan unito non tormenterà più le notti del raìs turco. Un’altra vistosa incognita nella questione mediorientale riguarda l’Iran. Il cui apporto militare è stato decisivo nella guerra siriana. L’asse sciita, che va dagli Hezbollah libanesi a Teheran, passando da Damasco e da Bagdad, si delinea con evidenza. Donald Trump ha espresso l’intenzione di annullare l’accordo sul nucleare raggiunto tra gli ayatollah e Barack Obama.
Ma quello che dovrebbe essere il suo segretario alla Difesa, il generale James M.Mattis, l’ha contraddetto. Hanno contribuito a quello storico accordo, e l’hanno sottoscritto, anche altri paesi (Gran Bretagna, Francia, Germania, Cina, Russia), e comunque, ha sottolineato il generale, l’America non viene meno alla parola data. Resta tuttavia intatta la diffidenza di Trump nei confronti dell’Iran, del quale almeno in questa fase Russia e Turchia sono alleati. La Turchia non era alleato ma avversario quando appoggiava i ribelli sunniti anti Assad (compresi i jihadisti sotto banco). Nel frattempo Erdogan ha cambiato campo. Ma non del tutto. Gruppi di ribelli hanno le loro basi, sono armati e nutriti, in Turchia. Sono stati convinti a partecipare alla riunione di Astana con argomenti non sempre diplomatici. Li ho incontrati alla periferia di Istanbul. Dopo che mi ero impegnato a non dare né la loro affiliazione né la loro identità, mi hanno confessato di non avere capito se ad Aleppo i turchi di Erdogan li hanno salvati dalle truppe di Damasco, dalle milizie iraniane e dagli aerei russi, o essendo diventati loro alleati hanno invece contribuito alla sconfitta dei vecchi amici. Ancora ospiti della Turchia.