La Stampa, 18 gennaio 2017
Napoli, non è più il tempo della sceneggiata
Napoli, e il Sud di cui Napoli è la magnifica capitale, sono il grande rimosso della coscienza nazionale. Non si può, però, certo sostenere che non se ne parli. Se ne parla, anzi, moltissimo. Negli ultimi vent’anni, Napoli è ritornata prepotentemente al centro dell’immaginario collettivo nazionale globalizzato e delle sue narrazioni. Ma più se ne parla e più Napoli scivola nell’oblio, più la si racconta e più la sua realtà svanisce, deperisce.
Lo scrittore italiano più influente dell’ultimo decennio è stato, senza dubbio, Roberto Saviano. Il suo racconto della Napoli criminale ha superato i confini delle nazioni e dei media investendo il suo autore di un’autorità pubblica senza paragoni nella storia recente della cultura italiana. Lo scrittore italiano più prestigioso dell’ultimo decennio è stato, probabilmente, Elena Ferrante. La sua saga sulla Napoli di un eterno dopoguerra neorealistico ha ricevuto la consacrazione dei circoli intellettuali internazionali. Sono entrambi, manco a dirlo, scrittori napoletani.
Cronica marginalità
Eppure, mentre il racconto di Napoli – e da Napoli – s’intronava nuovamente al centro dell’immaginario letterario e mediatico globale, la città scivolava nuovamente nella sua cronica marginalità politica, economica, civile, trascinando con sé l’intero Meridione, divenuto oramai perfino incapace, contrariamente alla sua tradizione di paradosso della modernità, di dare una classe dirigente al Paese, pur essendo costantemente in ritardo sul suo sviluppo, e di riformulare la «questione meridionale» come sua principale contraddizione.
Napoli sembra dar luogo, insomma, nella psiche collettiva, al processo che Freud definiva «denegazione»: un ritorno soltanto parziale del rimosso, una massiccia presenza immaginativa ed emotiva che paralizza, però, le facoltà intellettive e morali dei suoi fruitori, fornendo loro un alibi per continuare a rimanere inerti sul piano dell’agire politico e civile.
Un piccolo, prezioso libro di Goffredo Fofi, Il paese della sceneggiata (in uscita per Medusa), giunge a illuminare questo doloroso paradosso. Fofi – gli sia resa lode – è uno dei pochi intellettuali che in cinquant’anni non ha mai cambiato idea e, soprattutto, uno dei pochissimi che non si è lasciato cambiare dalla sconfitta delle proprie idee.
Una canzone contro il male
La sua tesi è chiara, netta, radicale: la sceneggiata (forma di teatro popolare che alterna il canto con la recitazione e il melologo drammatico) fiorisce a Napoli nella parte centrale del Novecento come arte di un popolo ancora capace di produrre la propria cultura, in opposizione dialettica a quella borghese imposta dall’industria culturale, e svanisce insieme all’entità collettiva chiamata «popolo» quando, a partire dagli Anni 80, il sottoproletariato urbano dei vicoli napoletani finisce in quel margine di esclusione universale in cui languono tutti i consumatori della cultura di massa.
Finché vive, la sceneggiata, al pari di tutte le forme di arte popolare, realizza la fusione di arte e vita. Dietro le quinte, le compagnie famigliari che la mettono in scena per sbarcare il lunario giorno dopo giorno, in un’economia artistica di mera sussistenza, aderiscono pienamente ai copioni che narrano immancabilmente di una lotta per la vita. In platea, il pubblico, che si riconosce appieno nello sguardo sul mondo, nella morale, nei dolori e nei dilemmi della sceneggiata, aderisce pienamente a ciò che gli appare come una autorappresentazione per interposta persona. Nel mezzo, un’arte fondata su strutture fisse, regole drammaturgiche consolidate, tempi teatrali ineccepibili, culto delle forme teatrali perfette e del loro ripetersi rituale in un ordine cosmico di tipo tragico – ineluttabile, infrangibile – che l’arte protesta e, al tempo stesso, riconferma.
Un’arte della varietà più che della novità, un’arte che ti sta di fronte ma anche al tuo fianco, delle grandi commozioni di un’umanità primigenia, un’arte che rispecchia ma anche ammaestra, che elabora un’idea comunitaria del male – eterno, invincibile, come la miseria – ma non cessa per questo di opporgli la propria morale nella forma di una canzone struggente, indimenticabile, buona per la scena come per commentare quel perpetuo errore che è, precisamente, la vita. Il teatro diventa così il luogo della città in cui il popolo va a vedere e a educare sé stesso.
Il paradosso
L’arte ossia il popolo. Secondo Fofi tutto ciò finirebbe negli Anni Settanta. La sua nostalgia professa – e, dunque, lucida, disincantata – porta con sé l’implicita ipotesi che nell’arte popolare si stabilisca una relazione biunivoca tra i due termini. Vale a dire che a rendere popolare l’arte sarebbe il rapporto essenziale con il suo popolo (ovvio) ma anche che a rendere tale un popolo sarebbe il rapporto d’origine con la propria arte. E questo è molto meno ovvio. Qui si affaccia una spiegazione del paradosso di Napoli di cui si diceva in principio.
L’arte popolare, insieme al popolo, sarebbe sopravvissuta a Napoli più a lungo che altrove proprio a causa del suo storico ritardo sulla modernità. Poi, però, sarebbero entrambi collassati con l’avvento della cultura di massa, intesa come omologante cultura dei consumi massmediatici. Di questo passo, il ritardo, invece di essere colmato, sarebbe divenuto un abisso. L’abisso che separa il popolo da sé stesso. Napoli, traditi tutti i testamenti, si sarebbe così ritrovata all’avanguardia della retroguardia, all’apice della «nuova volgarità del ceto unico accentratore», dove «si finge ancora la creatività, la si recita ancora ma l’illusione dura poco». Un teatro saturo di furori, orrori e clangori ma «privo di veri dolori» e, soprattutto, «di veri dilemmi».