La Stampa, 18 gennaio 2017
Brexit, May sceglie la linea dura. «Fuori da Europa e mercato unico»
Nello stesso palazzo in cui quasi trent’anni fa Margaret Thatcher prospettava con entusiasmo la partecipazione britannica a un mercato unico europeo, Theresa May ne sancisce senza mezzi termini l’uscita. «Continuare a farne parte dopo la Brexit – ha detto – sarebbe come non lasciare affatto l’Unione Europea». In un discorso a lungo atteso, dopo mesi d’incertezza, la premier delinea le priorità del Paese nei negoziati che determineranno i rapporti tra Londra e Bruxelles nei decenni a venire.
Londra vuole tornare ad avere il controllo delle frontiere e ridurre l’immigrazione dai Paesi dall’Ue; per ottenere questo risultato, è disposta a lasciare un mercato di 500 milioni di consumatori e andarsi a cercare nuovi accordi commerciali in Europa e nel mondo. Vuole che siano i deputati di Westminster, non quelli di Strasburgo, a determinare le sue leggi, e che siano i tribunali britannici, non la Corte di Giustizia Europea, a deciderne la legittimità e garantirne l’applicazione. May sceglie dunque una «hard Brexit», un taglio netto con Bruxelles e con gli altri 27 Paesi del blocco. «Non vogliamo una partecipazione parziale o qualunque altra cosa che ci lasci metà dentro e metà fuori», ha detto. Al posto dell’adesione all’Ue, invoca una «partnership nuova e paritaria». La parola d’ordine è «global», ripetuta 17 volte nel corso di un discorso di 40 minuti tra gli ori e gli specchi dell’ottocentesca «Lancaster House»: «Global Britain», una Gran Bretagna attore globale, proiettata all’esterno, che resti fedele alleato europeo ma guardi oltre il continente, come nella tradizione di un Paese che è stato un impero.
Per la prima volta dal referendum del 23 giugno, May parla in modo esplicito degli obiettivi del governo. Abbandona lo stanco ritornello «Brexit means Brexit» per un discorso di sostanza, in cui annuncia anche l’intenzione di sottoporre l’accordo finale al voto del Parlamento e rassicura i partner sui temi della difesa, sicurezza e intelligence contro il terrorismo. Non ci sono i dettagli, ma il percorso è tracciato. May, rispondendo alle preoccupazioni della City, ha garantito una fase transitoria, dopo i due anni di negoziati formali, che dia alle aziende il tempo di adeguarsi alla nuova realtà. Con l’unione doganale vorrebbe negoziare una qualche forma di partenariato, così da rimuovere le tariffe con i Paesi dell’unione ma avere mano libera con quelli extra-europei. «Non è un gioco a somma zero», dice, ma il piano resta vago.
La sterlina, in ribasso nei giorni scorsi di fronte a indizi sempre più ovvi di una «hard Brexit», è andata in rialzo, anche perché da oggi c’è un po’ più di chiarezza. A Londra, sono soddisfatti gli euroscettici e delusi quanto speravano in approccio più morbido. «Niente di tutto questo era sulla scheda elettorale», tuona il liberaldemocratico Tim Farrow, il più eurofilo tra i capi di partito. Sarà ancora più difficile convincere gli alleati europei, ma siamo solo agli inizi.
May ha parlato ad una sala gremita di ministri del governo e ambasciatori europei, ma si è rivolta ad un pubblico più ampio. Al Paese tutto, con un appello all’unità del Regno; e ai partner europei, con toni ora accomodanti, ora aggressivi. Ha rivendicato l’eccezionalismo britannico ma anche messo in evidenza i valori condivisi. «Non vogliamo indebolire il mercato unico, né l’Unione Europea», ha promesso. Ma ha ammonito i partner contro la tentazione di un accordo «punitivo» per dissuadere altri ad andarsene. Un riferimento alla minaccia di tasformare il Paese in un paradiso fiscale alle porte dell’Europa«Nessun accordo è meglio di un cattivo accordo», ha detto, concludendo il discorso. Parole ben diverse da quelle pronunciate nel 1988 dalla Thatcher, di cui May si considera erede politica. «Pensate per un momento a questa prospettiva: un mercato senza barriere, visibili o invisibili», aveva detto la Lady di Ferro. «Non è un sogno, succede davvero». Altri tempi.