la Repubblica, 18 gennaio 2017
Falstaff sono io. «Quel vecchio Peter Pan mi addestra ai ruoli seri». Intervista a Ambrogio Maestri
MILANO DAL 2 febbraio l’ormai celeberrimo baritono Ambrogio Maestri sventolerà di nuovo sul palcoscenico della Scala il pancione di Falstaff, eroe shakespeariano messo in musica da Verdi di cui “Ambrogione” risulta essere oggi il sommo interprete sul pianeta. Però lui non sfoggia la spocchia della mega- star, anzi, tutt’altro: pur nella stazza iperbolica di quasi due metri d’altezza per circa un quintale e mezzo di peso, sa farsi piccolo per un genuino impulso umano d’empatia. Ha un tratto ludico, affettuoso, verace. Mantiene stretto il cuore della propria gioventù, vissuta allegramente da garzone nell’osteria dei genitori ad Albuzzano, vicino Pavia, dov’è nato 46 anni fa.
La storia è nota e favoleggiata: il suo vocione risonante in arie operistiche e canzoni popolari tra una polenta e un brasato conquistò gli avventori. C’erano nel locale alcuni esperti loggionisti della Scala che gli consigliarono di studiare sul serio. Ambrogio reagì con perplessità: in fondo fare l’oste lo rendeva felice. Poi fu spinto ad applicarsi su vocalizzi e tecniche importanti dal padre Renzo («Aveva la mia stessa voce baritonale: al telefono ci scambiavano»), ritrovandosi velocemente in cima al mondo. Questa fiaba da self-made man ha sedotto gli americani, e al Metropolitan di New York, dove canta ogni anno, è un divo senza confronti.
Lo stagionato e ciccione Falstaff è il suo alter-ego ideale, un’identità che gli calza a pennello. Ha interpretato l’ultima opera di Verdi più di 250 volte (la 250ª è stata nel mese scorso all’Opera di Vienna), calcando scene prestigiose a Berlino, Tokyo, Buenos Aires, San Paolo, Londra, Parigi, Amsterdam, Chicago, Salisburgo. E naturalmente a New York e a Milano, sue città operistiche d’elezione. È un gigante da record.
Dicono che lei non “faccia” Falstaff, ma “sia” Falstaff. Alla lettera.
«Nel 2001 Muti mi scelse per questo titolo alla Scala. Da allora sono stato il saporito Falstaff verdiano in una trentina di regie diverse e con una sterminata serie di metamorfosi: contadino della Bassa Padana, gangster, gentleman anni 50, vecchione punk… Io lo adoro e lui adora me».
La sua versione preferita?
«Sono tutte belle ma il primo amore non si scorda mai. Parlo della regia di Strehler che feci con Muti, il quale m’insegnò musicalmente il ruolo lavorando con me per un anno al pianoforte. Gli devo tanto».
È goloso come Falstaff? È rimasto appassionato di cucina?
«Certo. Propongo le mie ricette, specialmente i risotti, sul mensileAmadeus. E per il sito della stessa rivista curo video-ricette. Nel ’13 ho cantato il mio duecentesimo Falstaff a New York e lo spettacolo è stato trasmesso nel mondo intero. Durante l’intervallo ho preparato in diretta un risotto nella stessa cucina in cui si svolgeva il secondo atto, e la ricetta è rimasta per un mese sul sito del Met dove è stata cliccata da due milioni di utenti che hanno gustato e gradito».
Di che risotto si trattava?
«A me piace il giallo. Oggi si fa di tutto: le ortiche, i petali di rose… Io prediligo sapori netti: alla milanese o ai funghi. Ma non è che il semplice sia facile: bisogna mettercela tutta. Tocca farlo alla perfezione perché ormai non si parla più a un pubblico di sprovveduti. Si cucina parecchio nei programmi tv. Cucinando si dimenticano i problemi».
Lei li dimentica anche fumando molto.
«Sono un fumatore che canta, non un cantante che fuma».
Ha una famiglia? Con chi vive Ambrogio Maestri?
«Con una compagna. È una cantante, ma non canta più perché le tocca dedicarsi a me. Basta un matto solo in famiglia».
Quale “Falstaff” sarà in febbraio alla Scala?
«Quello del regista Damiano Michieletto, che ho già interpretato a Salisburgo nel 2013. È ambientato nella casa di riposo Verdi di Milano: sono un anziano che sogna di recitare Falstaff. Dirigerà Zubin Mehta, il quale era sul podio anche in dicembre a Vienna, quando ho beccato un sacco di botte».
In che senso?
«C’è una scena in cui un gruppo di bambini deve picchiare il protagonista, vittima di una grande beffa, e i piccoli austriaci mi hanno massacrato. Il regista ha detto loro: non fingete, andateci pesanti. È stata durissima! Falstaff è un vecchio che vuol essere giovane, un Peter Pan che spera ancora in qualche emozione fresca. Il personaggio mi ha insegnato tanto. Mi ha fatto crescere artisticamente. È un vecchione comico che mi aiuta a fare ruoli seri, come Scarpia in Tosca o Iago in Otello. Uomini di comando, che troneggiano stando fermi. Più stai fermo e più tieni il dominio».
E sul versante umano, cos’ha imparato da Falstaff?
«Che quando sei vecchio e non puoi contare su nessuno è un guaio. Perciò devi dare in giro tanta amicizia».
Lei lo fa?
«Sì, e infatti il male non l’ho ricevuto finora. Quando hai successo ti circola attorno l’invidia, ma io cerco di non vederla e mi ostino a voler bene a tutti».