la Repubblica, 18 gennaio 2017
Istanbul, pistole e droni nella casa del killer. «Addestrato in Afghanistan»
ISTANBUL «Che Allah mi porti via se non è lui». Mentre pronuncia queste parole, una ragazza del quartiere di Esenyurt, periferia di Istanbul, avvia la funzione video sul suo cellulare. Sono appena 10 secondi di registrazione. Ma quanto basta alla polizia per incastrare Abdulkadir Masharipov, il killer del massacro di Capodanno al night club Reina, scovato per strada da una passante.
Duemila teste di cuoio turche armate fino ai denti penetrano in silenzio, alle 11 dell’altra notte, in questo distretto non lontano dall’aeroporto Ataturk. Sanno dove andare. Sfondano la porta di casa, e trovano il terrorista uzbeko sotto il letto. Lo legano e lo tengono fermo a terra, come si vede sulla prima pagina del giornale Posta, mettendogli uno scarpone sulla testa. Masharipov in quel momento indossa una maglietta immacolata.
Nelle foto scattate 24 ore dopo appare quasi un altro. La t-shirt sporca di sangue. Il volto, gonfio, una mappa di ferite ed ematomi, l’occhio destro nero. Non è passata indolore la notte trascorsa a confessare nelle mani della polizia turca. E così, dopo più di due settimane di caccia all’uomo, tre “granchi” presi nei primi giorni di ricerca, e critiche impietose abbattutesi su una delle più esperte polizie al mondo, il governo di Ankara tira un respiro di sollievo e gioisce.
Esenyurt è un quartiere povero, dignitoso, dove accanto a case vecchie la forte immigrazione dall’est dell’Anatolia ha fatto tirare su una serie di palazzoni nuovi. In uno di questi da soli tre giorni si era rifugiato Masharipov. Dentro, l’appartamento appare grande. Ma il disordine regna ovunque. Letti sfatti, coperte sottosopra, la spazzatura a terra. Sulla mensola di un armadio il libro del Corano. In cucina scatole di cibo e pacchi di pasta. Avvolti in un cellophane trasparente quasi 200mila dollari. Banconote dalla Libia, dall’Indonesia, da Singapore. Schede telefoniche in quantità. Poi due pistole, le munizioni. Addirittura due piccoli droni.
Con Masharipov in casa c’erano un cittadino iracheno e tre donne: un’egiziana, una somala e una senegalese. Tutti arrestati. «C’è una forte probabilità che le donne siano legate allo Stato Islamico», spiega il governatore Vahip Sahin ai giornalisti, dicendosi certo che il terrorista appartiene alla stessa organizzazione. Smentita la presenza in casa del figlio di 4 anni. La moglie, con un bambino, era già stata fermata nei giorni scorsi in un altro quartiere periferico, quello di Zeytinburnu, da cui Masharipov era partito la notte del massacro.
Dal racconto del governatore si staglia la personalità del killer. Un uomo spietato, e di sicura professionalità, come dimostrato nella tecnica usata nell’attentato al Reina, eliminando una dopo l’altra 39 persone, e poi dileguandosi nella notte dopo avere raggiunto la discoteca con 6 taxi diversi. «Abdulkadir Masharipov, nome in codice ‘Abu Muhammed Horasani’, nato in Uzbekistan nel 1983», scandisce Sahin. «Addestrato in Afghanistan. Una persona colta, che parla quattro lingue. Entrato in Turchia illegalmente, probabilmente dalla frontiera est, nel gennaio 2016. Le sue impronte digitali combaciano con quelle rinvenute sull’arma della strage. Ha chiaramente agito per conto dell’Isis».
Sono 50 le persone arrestate fra Istanbul, Smirne e Konya nei 16 giorni di caccia impiegati per arrivare al killer. Più di 150 i fermati, 7200 le ore di immagini selezionate, oltre 2000 le soffiate. Il governatore assicura che il terrorista ha potuto contare su aiuti esterni. Adesso Masharipov, catturato vivo al contrario del killer dell’ambasciatore russo il 19 dicembre scorso ad Ankara, è sotto torchio. I sospetti si concentrano su una possibile rete in Asia Centrale. Già nei giorni scorsi il governo di Ankara aveva contattato tutti i Paesi dell’area, dall’Uzbekistan fino al Kazakistan, alla ricerca di legami. Resta ora da accertare se anche le donne arrestate nell’appartamento siano state solo un supporto per il killer, oppure costituiscano un possibile nuovo braccio dell’Isis in Africa.
Il Presidente Recep Tayyip Erdogan ovviamente gongola per il successo. «Lo avevamo detto, in questo Paese nessuno la farà franca, tutti saranno chiamati a rispondere secondo lo Stato di diritto. Non importa che si chiamino con nomi diversi. Feto (la presunta rete golpista di Fethullah Gulen), Daesh (cioè l’Isis), Pkk, Pyd sono tutti attori dello stesso scenario». Un risultato che rafforza la sua immagine, nel momento in cui la riforma presidenziale viene discussa aspramente in Parlamento. Pure gli 007 turchi escono dal cono di critiche.
Eppure la minaccia terrorista è tutt’altro che svanita. Nelle stesse ore in cui Masharipov viene arrestato, l’Isis diffonde un video che mostra un suo militante vestito di nero passeggiare fra la moschea Blu e la zona del Bosforo. L’uomo passa vicino ai poliziotti, usa i mezzi pubblici.
Un’immagine da brivido. Ed eloquente, più di qualsiasi proclama.