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 2017  gennaio 18 Mercoledì calendario

I silenzi dei vertici su Stefano e l’affondo del militare indagato. «Vogliono solo colpire l’Arma»

ROMA La conclusione della cosiddetta inchiesta- bis della Procura di Roma sui responsabili della morte di Stefano Cucchi cancella sette anni di «resa cognitiva» della Giustizia di questo Paese – tre giudizi di merito e uno di Cassazione per concludere che Stefano morì per mano ignota – e di inconcludente e tartufesco vagare della scienza medico-legale – il ragazzo si sarebbe spento per fame e sete in una sorta di suicidio assistito – consegnando a un nuovo processo (sarà il quarto) due verità che accusano chi, Servitore dello Stato, ne ha tradito il giuramento di fedeltà. La prima: Stefano Cucchi morì per gli esiti catastrofici del pestaggio inflitto dagli uomini che lo avevano privato della libertà e ne avevano in custodia il corpo: i carabinieri in servizio alla stazione Appia di Roma la notte del 15 ottobre 2009. Fu dunque un omicidio. Preterintenzionale. Ma omicidio. La seconda: quegli stessi uomini, per sette anni, hanno lavorato per far deragliare la ricerca della verità, accusando degli innocenti sapendoli tali (gli agenti della Polizia Penitenziaria in servizio nelle camere di sicurezza del tribunale di Roma la mattina del 16 ottobre 2009, quando venne convalidato l’arresto di Stefano e disposta la sua detenzione in carcere).
L’esito, tutt’altro che scontato, premia la resilienza e la dignità di una famiglia (i Cucchi) e di quel fetta consistente di Paese che non l’ha abbandonata per duemila giorni. L’ostinazione degli avvocati di Parte Civile (su tutti, Fabio Anselmo), del medico legale della famiglia (il professor Vittorio Fineschi) e degli avvocati (Diego Perugini più di altri) dei primi imputati in questo processo, gli agenti di Polizia Penitenziaria, che da subito invitarono a cercare nell’Arma il movente e i responsabili della morte di Stefano. Fa onore alla Procura di Roma, al Procuratore Giuseppe Pignatone, al sostituto Giovanni Musarò, che riscrivono la storia della morte di Stefano con la forza di evidenze documentali (il registro contraffatto della caserma Casilina dove Cucchi venne portato per il fotosegnalamento e pestato, le intercettazioni telefoniche con le ammissioni degli indagati, le consulenze medico-legali di parte) e testimoniali. A cominciare (e sono molte) da quelle dei carabinieri Riccardo Casamassima e Maria Rosati, che hanno avuto la forza di mettere a verbale la “confessione” involontaria del maresciallo Roberto Mandolini, allora comandante della Stazione Appia, casualmente ascoltata in caserma nei giorni immediatamente successivi la morte di Stefano. «È successo un casino. I ragazzi hanno massacrato di botte un ragazzo».
Ma l’esito delle indagini della Procura di Roma ha anche un altro merito. Forse il più importante. Smaschera i responsabili della dissimulazione della verità. E non si limita – come pure avrebbe potuto – a registrare la falsa testimonianza di chi, per proteggere le proprie responsabilità, esercita il proprio diritto costituzionale al silenzio o, appunto, alla menzogna. Fa un passo in più. Censura l’ostinata manipolazione della verità come il secondo e più grave tradimento consumato dai Servitori dello Stato di cui pure il proscenio della morte di Stefano è affollato (oltre cento pubblici ufficiali hanno maneggiato il suo corpo nei sette giorni del suo calvario). Perché quella menzogna è equivalsa ad accusare degli innocenti che si sapevano tali. Altri Servitori dello Stato. Con una diversa uniforme.
Esattamente come accaduto per i poliziotti imputati nei fatti della Diaz al G8 di Genova, la contestazione della calunnia, reato di per sé odioso, diventa infatti, in carico ai carabinieri, l’altra intollerabile ferita tra lo Stato e i suoi cittadini che un processo dovrà ora rimarginare. Perché quella calunnia non interpella soltanto chi se ne è reso responsabile, ma anche il silenzio imbarazzato, acquiescente, con cui il Corpo di appartenenza, l’Arma dei Carabinieri, il suo Comandante generale appena confermato, Tullio Del Sette, l’ha tollerata e continua a tollerarla. È storia di ieri pomeriggio. Sul suo profilo Facebook, usato come una clava dall’inizio di questa vicenda senza che il Comando Generale avesse nulla a che dire, il maresciallo Roberto Mandolini, carabiniere e Ufficiale al merito della Repubblica Italiana, è tornato ad abbandonarsi a un lungo post dal titolo che vuole prendersi gioco delle parole pronunciate qualche ora prima da Ilaria Cucchi, “Resistere, Resistere, Resistere”. Scrive il maresciallo: «Oggi dico grazie alle migliaia di cittadini onesti, alle famiglie perbene, agli amici, ai Colleghi di tutte le Forze di Polizia e delle Forze Armate che sanno la vera verità sul caso Cucchi e hanno capito quello che sta accadendo in queste ore e mi stanno scrivendo e telefonando da ogni parte d’Italia. Mi state facendo piangere per la stima e l’affetto che state dimostrando a me, ai miei Uomini e all’Arma. L’attacco all’Arma è sotto gli occhi di tutti (…) Affronteremo anche questa battaglia mettendoci la faccia ed il cuore, lo devo ai miei figli, a chi mi sta accanto e soprattutto agli Alamari che ho cuciti sulla pelle (…) Ai miei Uomini dico: “Testa alta, petto in fuori e non demordete, non date soddisfazione al partito dell’Antipolizia ed a chi si sta arricchendo sulle nostre spalle con soldi sporchi, non abbattetevi, siate e fate i Carabinieri, la vera verità e la vera giustizia vince sempre sul male».
Il maresciallo dà dunque ordini. Avvisa. Chiama a raccolta chi veste la sua stessa uniforme perché lo difenda nella sua infedeltà e nei suoi abusi. Il morto si afferra ai vivi. E i vivi tacciono. Bisognerà capire se per indifferenza, solidarietà, o paura.