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 2017  gennaio 18 Mercoledì calendario

Casa Bianca, Russia e populismi, le élite di Davos hanno paura del nuovo disordine mondiale

DAVOS Il World Economic Forum di Davos è in piena sindrome da “Angelo sterminatore”. Come nel magnifico film di Luis Bunuel, sembra una festa che nessuno riesce ad abbandonare per uno strano maleficio. Ma per la prima volta l’”un per cento” più influente abbarbicato sulla montagna incantata di Mann guarda con terrore fuori dalla finestra. Il convitato di pietra è il neo presidente Donald Trump, che giurerà in coincidenza con la fine del Forum economico mondiale e minaccia di sovvertire un ordine globale già sconquassato dalla tumultuosa ascesa della Cina e dal moltiplicarsi delle autocrazie in Est Europa e in Medio Oriente.
Nell’affollato bar di una delle sale principali, i passi frettolosi sono attenuati da una orrenda moquette marrone e l’unica consolazione sembra ormai il caffè preparato dal barista italiano Mario. Gli shuttle coi sedili di pelle e i motori silenziosissimi ronzano per le strade innevate di Davos scandendo le stressanti giornate dei partecipanti. Ma la paura generale che il nuovo che avanza inghiotta tutto è palpabile.
In alcuni eccessi di ieri, ad esempio. Tipo la standing ovation vagamente isterica a John Kerry che ha elencato i successi dell’amministrazione Obama. Il pensiero va alla Siria che Obama ha consegnato a Putin e all’Ucraina e al conflitto con la Russia scaricati su Angela Merkel, ma tant’è. Il clima è quello riassunto da un grande immunologo kenyota, Thomas Kariuki, che sorseggia un caffè di Mario e cita con una punta di rammarico l’altra assente illustre dell’edizione 2017: «Per noi la Cina e l’occidente non sono intercambiabili. Mia figlia vuole studiare in America o in Europa, non in Cina. Insomma, spero tanto che Merkel vinca le elezioni, quest’anno. Lei che pensa?». Dopo la Brexit e Trump, meglio un superstizioso silenzio.
Il piccolo mondo antico quassù non può più ruotare più attorno agli algoritmi puliti e alle correlazioni risolte o ai Brics e alle nuove star emergenti cui abbeverarsi per qualche decimale di Pil globale in più. L’ombelico è diventato la “belt rust” americana immiserita, la “crisi dell’uomo bianco” snobbata da Hillary e che Trump ha intercettato in pieno. Non a caso, la star di questa prima giornata è un ex golden boy della finanza in piena mutazione genetica: Anthony Scaramucci. È il nuovo consigliere di “The Donald” a citare esplicitamente Pennsylvania, Michigan e Illinois un paio di volte, nella prima giornata del Forum. Da lupo di Wall Street a difensore della Main Street, degli sconfitti della globalizzazione e dell’”uomo bianco in crisi”, il passo è stato breve.
In realtà, cerca anche di fare il pompiere con banchieri, economisti e politici terrorizzati, abituati a salutarsi per decenni con compiaciute pacche sulle spalle tra una tavola rotonda e un’altra. «Trump è un uomo di pace», sussurra. E con lui «si ripeterà ciò che accadde con Reagan. Temuto all’inizio, rispettato come paladino della pace, della prosperità economica e del disarmo nucleare alla fine». Ma anche del neoliberismo, andrebbe aggiunto. In ogni caso, nel 2014 Scaramucci ci aveva già regalato qui a Davos una sana lezione di pragmatismo da vero predatore dei mercati. Gli avevamo chiesto se era giusto pensare, come si auguravano tutti, che Mario Monti sarebbe potuto diventare nuovo presidente del Consiglio. Ci sorrise ed esclamò, con le mani in tasca: «Who, Mr 8 percent?». Andò come disse lui e non come sperava mezzo gotha mondiale dell’economia e della finanza. A fare previsioni, si sa, l’Homo Davos non ha mai avuto grande fiuto.
Il consigliere di Trump, stavolta, è venuto a spiegare ai sordi predicatori del futuro che «bisogna ascoltare i cittadini» e che «la classe media americana, britannica e francese non deve trasformarsi in nuova classe dei poveri». È il sintomo di un mondo che qui sta tentando disperatamente di ripensarsi, quasi alla rovescia. A cominciare dal presidente cinese Xi Jinping, accolto come una rockstar del liberalismo. Il presidente di un Paese dirigista e protezionista che se ne infischia dei diritti umani fa un discorso storico a difesa degli accordi sul clima e del protezionismo, e la platea di coloro che lo consideravano una pecora nera non dieci anni fa ma all’ultima edizione del Forum, dodici mesi fa, si spella le mani. Che nemesi.
L’impressione è che Davos si stia aggrappando a tutto pur di rimuovere l’assedio dei populismi, persino a Xi. E cerca di trovare una via di fuga, ad esempio, con due grandi intellettuali che negli anni scorsi hanno indicato la via: il Nobel Angus Deaton e il filosofo di Harvard Michael Sandel. Il primo, con i suoi studi sulle diseguaglianze e i picchi di mortalità tra i bianchi causati da suicidi e dipendenze, ha visto Trump prima di tutti. Il secondo ha scritto un libro dal titolo eloquente,“Quello che i soldi non possono comprare”, dimostrando che gli incentivi, baluardo di ogni economista, a volte funzionano al contrario. Parleranno oggi.
Chissà che qualcuno non impari qualcosa. Il rischio, altrimenti, è che l’Homo Davos si ritrovi costretto a invitare un giorno i Farage e le Marine Le Pen snobbati fino ad oggi. Ma da primi ministri.