la Repubblica, 18 gennaio 2017
Dai monarchici a Forza Italia la scalata dell’ex portavoce
ROMA Sarà stato alla fine il segreto del successo. Cancellare dal suo passato ogni traccia di Forza Italia, qualsiasi rimando all’ingombrante memoria del leader di riferimento, Silvio Berlusconi. E lasciare sventolare a beneficio dei suoi tanti estimatori nell’Europarlamento, dai polacchi agli spagnoli, il solo vessillo rassicurante del Ppe. Proprio come nel suo sito web personale, in cui non si cita Fi nemmeno nel capitolo Esperienze politiche, non un cenno al Cavaliere a cui tutto deve.
Sarà anche perché Antonio Tajani, 63 anni, sposato, due figli, tifoso juventino e (più segretamente) del suo Frosinone, parlamentare a Bruxelles dal ‘94, sa bene che se è arrivato lassù lo deve solo alla fitta trama di relazioni personali che in decenni è riuscito a costruirsi. I paradossi della vita. Raggiungere l’apice del successo personale proprio al tramonto della parabola berlusconiana, quando ha iniziato a giocare senza squadra nazionale. Da apolide, senza “famiglia” politica e per ciò stesso “ripulito”, rinnovato, in qualche modo autorottamato e rigenerato. Ma il Berlusconi speranzoso nella sentenza di Strasburgo raccontano che guardi al vecchio portavoce con non poco giubilo, in queste ore.
Giovane militante di destra, fervente monarchico negli anni del liceo, nei pericolosi anni Settanta romani. Al Liceo Tasso furono tante e tali le scazzottate – per lo più subite – che a un certo punto Antonio decide di fuggire al più tranquillo Lucrezio Caro. Da adulto il suo unico monarca divenne Silvio. Perché forzista e berlusconiano, a dispetto del “control-canc” sul suo curriculum, Tajani lo è stato per davvero e dalla prima ora. Il 18 gennaio del 1994, quando in via Santa Maria dell’Anima 31 a Roma, nello studio pre-politico del Cavaliere, viene istituita l’associazione Forza Italia, ci sono Antonio Martino, il generale Luigi Caligaris, l’imprenditore Mario Valducci, il notaio Francesco Colistra e proprio Antonio Tajani. Allora capo della redazione politica del Giornale (di Indro Montanelli).
A Palermo lo ricordano ancora, il Tajani giornalista di quegli anni. Anni di piombo mafioso, di guerra dei corleonesi e quel giovane cronista spedito lì dal Giornale a imbastire una feroce campagna contro il pool anti-mafia di Caponnetto, Falcone e Borsellino. E un piccolo “covo” della destra politica è stata proprio la redazione romana del Giornale, quando il giovane Tajani vi approda, divenendone capo nel 1991, a 38 anni. È in quel periodo che si costruisce un solido rapporto personale con Gianni Letta, punto di riferimento della Fininvest a Roma. Già allora braccio destro di un Berlusconi imprenditore e via via sempre più tentato dall’avventura politica. E sarà il futuro sottosegretario a presentare Tajani al tycoon e a piazzarlo al suo fianco tra i che palazzi che contano. Ne diventerà portavoce e l’ombra, nei mesi della cavalcata trionfale del 1994. Ma, ironia della sorte, solo grazie a un incidente di percorso quel giornalista, che ormai sogna anche lui la politica, si ritrova a Bruxelles. Candidato in un collegio laziale alla Camera, una irregolarità formale nella presentazione della lista ne determina l’esclusione. Berlusconi prova a consolarlo con la candidatura alle Europee, da lì a poco, giugno ’94, lui non la prende benissimo. Viene eletto, vola nell’Europarlamento, ma la testa è a Roma. Diventa coordinatore laziale di Fi, affianca soprattutto Cesare Previti che nel frattempo viene nominato dal capo coordinatore nazionale.
Ma in quegli anni l’Europa viene vissuta solo come un ripiego. Tajani proverà a rientrare in tutti i modi in Italia. Alle politiche del ‘96, perdendo al collegio di casa contro il sindaco di sinistra di Paliano, alle comunali di Roma del 2001 contro Walter Veltroni. Solo a quel punto si rassegna al destino lontano dall’Italia. Consolida un certo prestigio personale nel Ppe, inanella incarichi, da commissario ai Trasporti, poi all’Industria, fino ai più recenti di vicepresidente del Parlamento dal 2014 e di vice presidente del Ppe. Si fa filo-Merkel sotto traccia negli anni del Berlusconi Caimano, anni in cui Tajani si inabissa, scompare, si defila, tenendosi lontano dalle guerre politiche e giudiziarie condotte in Italia dal suo leader. Poi riemerge, si fa anti-leghista e anti- populusta, paladino Ppe, con Salvini a Bruxelles si salutano a stento. Concavo e convesso, monarchico, berlusconiano e quindi popolare. Camaleontico e infine premiato.