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 2017  gennaio 18 Mercoledì calendario

Il comunista che parla come Clinton e Blair. Ma il suo impero è fragile

Corrono tempi particolari, quando il segretario del partito comunista cinese parla a Davos come Tony Blair dieci anni fa o Bill Clinton vent’anni fa. Stesse formule ben levigate sui benefici della globalizzazione o i danni del protezionismo, stessa voglia dei manager più potenti al mondo di credere a un nuovo leader che preservi l’Occidente nel modo che conoscono e che da tempo li premia.
Se suona paradossale che il leader di una dittatura dirigista divenga il portabandiera del liberismo negli scambi ispirato da Washington e Londra tre decenni fa, è perché l’ultimo anno non ha portato i problemi che erano stati annunciati. Ne ha portati altri. A Davos dodici mesi fa, fra economisti e grandi investitori era di moda interrogarsi sulle probabilità di un collasso finanziario cinese. Non su quelle che il referendum sulla Brexit o le elezioni americane producessero strappi che nessuno allora pensava possibili.
«Nell’oceano aperto»
Xi Jinping, il primo presidente della Repubblica popolare a presentarsi al World Economic Forum, ieri ha avuto il tatto di non ricordarlo nel suo discorso durato quasi un’ora. Nel 2016 la Cina ha tenuto la rotta. E ieri a Davos il suo leader, composto, quasi rassicurante, sembrava perfettamente consapevole di avere un’occasione da non perdere: poteva parlare in nome degli interessi dei partecipanti al rito del World Economic Forum, proprio mentre questi ultimi aspettano di capire se Donald Trump alla Casa Bianca sarà imprevedibile e spiazzante com’era in campagna elettorale.
Xi non si è lasciato sfuggire il suo momento. «Serve coraggio per nuotare nell’oceano aperto, se hai paura affondi. Noi cinesi abbiamo accettato e affrontato i mercati mondiali e abbiamo imparato a nuotare – ha detto Xi —. Ogni tentativo di tagliare i flussi degli scambi internazionali e chiuderli in laghetti o ruscelli è destinato a fallire. Nessuno può vincere in una guerra commerciale». E più avanti: «Se ci chiudiamo in una stanza buia quando si ha paura della pioggia e del vento, resteremo senz’aria e senza luce». Fra una citazione di Charles Dickens e un riferimento al nuovo anno lunare in cui i cinesi tornano in famiglia («io sono venuto qui a Davos»), Xi Jinping ormai ha ghost writers sofisticati almeno quanto quelli della Casa Bianca o di Downing Street. Migliaia di manager della finanza o dell’industria con redditi di milioni o decine di milioni l’anno hanno risposto con applausi ripetuti e a scena aperta. Si sarebbe quasi detto che davvero il leader del mondo economicamente libero è questo funzionario di partito dalla cravatta rossa, i movimenti robotici e gli occhi addestrati da decenni a non tradire emozioni.
Squadra protezionista
Del resto non sembrano essercene altri, almeno per adesso. Negli Stati Uniti la squadra per il commercio internazionale selezionata da Trump sembra un florilegio di protezionisti: segretario al Commercio sarà Wilbur Ross, grande investitore nei settori più colpiti dalla concorrenza cinese come il tessile o l’acciaio; rappresentante per gli scambi sarà Robert Lighthizer, avvocato proprio dell’industria dell’acciaio nella sua richiesta di dazi protettivi; capo del Consiglio nazionale del Commercio, un nuovo organismo nella Casa Bianca, è Peter Navarro: autore di uno studio sull’economia globale intitolato «Morte per mano della Cina». Non tutto però è come sembra, in una Davos che vive di cliché e mode intellettuali del momento. Non lo è la Cina economicamente «liberale» ma incline al furto di proprietà intellettuale di Xi Jinping, il cui esercito è sospettato dall’intelligence americana di un attacco informatico del 2016 alla Federal Deposit Insurance Corporation (un’agenzia pubblica che vigila e garantisce i depositi bancari negli Stati Uniti). Non lo è in realtà neanche la folla di ricchi anglosassoni che a Davos applaudivano l’uomo forte di Pechino: molti di quei manager si apprestano a ricevere da Trump grossi sgravi fiscali, concentrati sui redditi più alti e finanziati proprio grazie ai dazi che il presidente eletto continua a minacciare sull’ingresso in America dei prodotti della Repubblica popolare.
Ombre cinesi
Ancora meno è come appare la forza cinese, malgrado le profezie di sventura di Davos andate a vuoto un anno fa. Nel 2016 la Repubblica popolare ha subito una fuga di capitali da 64 miliardi di dollari al mese, dall’agosto 2015 sono usciti dai confini 1.300 miliardi. Questa economia che vale quasi il 14% del reddito mondiale e metà della domanda di acciaio, zinco o rame, ha un livello di debito delle imprese in aumento e già molto sopra a tutte le soglie di sicurezza. In un recente rapporto Goldman Sachs, la leader delle banche d’affari di Wall Street, afferma: «Non è questione del “se” ma del “quando” gli squilibri porteranno la Cina a una crisi finanziaria». Tra due o tre anni, secondo Goldman. Xi può fare in tempo per un altro applauso a Davos fra dodici mesi.