La Stampa, 17 gennaio 2017
Commerci e trattative con gli Stati. Così Donald scardina l’Unione
Donald Trump porta alla Casa Bianca una visione del mondo in cui gli interessi nazionali contano più delle regole internazionali. Un approccio che ricorda quello dei rapporti di forza tra gli stati, in vigore prima della Seconda guerra mondiale e della successiva creazione del sistema multilaterale, pensato per evitare che si ripetesse.
Questa visione corrisponde alla sua natura di uomo d’affari, che si gioca tutto sul tavolo delle contrattazioni bilaterali; alle posizioni prese durante la campagna elettorale, dove è stato sospinto dagli elettori anti globalisti; e alla sua idea di come rifare grande l’America, che si avvantaggia dalle relazioni dirette con paesi più piccoli. L’Unione europea, percepita come un potenziale rivale, è la vittima naturale di questa visione, che invece coincide alla perfezione con gli interessi di rinascita della Russia, soprattutto quando Mosca e Washington si trovano d’accordo nel giudicare la Nato obsoleta.
L’11 gennaio dell’anno scorso ero andato ad un comizio di Trump a Windham, nel New Hampshire, prima che diventasse un fenomeno. Era ancora avvicinabile, e siccome aveva criticato la politica della cancelliera tedesca Merkel sui migranti, gli avevo chiesto cosa ne pensasse: «Quello che ha fatto – aveva risposto vedendo che lo stavo registrando col cellulare – è insane, folle». Il giorno dopo il voto nel referendum sulla Brexit ero con lui in Scozia, dove aveva previsto la prossima uscita dalla Ue di altri paesi come Francia e Italia. Passeggiando sul campo da golf costruito nel paese da dove era emigrata sua madre, gli chiesi cosa pensasse delle diffidenze verso di lui dei leader europei, a cominciare da Matteo Renzi, che aveva appoggiato Hillary: «É irrilevante», aveva risposto, sempre registrato, «l’unica cosa importante è che io ho il sostegno degli americani». Il resto è storia.
Alla luce di questi due episodi, le dichiarazioni di Trump al «Times» e alla «Bild» non possono sorprendere: sono le stesse cose che aveva sempre detto in campagna elettorale, e la speranza che cambiasse entrando alla Casa Bianca era un’illusione senza fondamento. Lo era perché ha vinto le elezioni con queste idee, e non si capisce perché dovrebbe tradire i suoi elettori prima ancora di iniziare il mandato, ma anche perché dietro ci sono la sua natura e il suo progetto.
Trump è un uomo d’affari, ha scritto un libro dedicato all’arte del «deal», è convinto di poter fare meglio gli interessi economici e geopolitici degli Stati Uniti negoziando direttamente con i singoli paesi gli accordi commerciali e di sicurezza. L’Unione europea, soprattutto quella a guida tedesca, non gli piace non solo perché è il simbolo di quel globalismo burocrate contro cui ha vinto le presidenziali, ma anche perché è un potenziale rivale in termini di peso specifico. I suoi predecessori, democratici e repubblicani, vedevano nella Ue soprattutto un antidoto alla ripetizione delle tragedie della Seconda Guerra Mondiale, e tolleravano o usavano la sua crescita. Lui ci vede un carrozzone rifiutato dai suoi stessi popoli, che pretende di tenere testa a Washington. Meglio dividerla, dunque, e trattare gli interessi americani con singole nazioni meno forti.
Il problema è che su questa linea si fonda anche la convergenza tra Trump e Putin, che vede nella Ue e nella Nato, cioè nella presenza militare americana in Europa, i due principali ostacoli per ristabilire l’influenza dell’Urss. Magari non fino ai vecchi confini della «cortina di ferro», ma certamente in Ucraina, Moldova, Georgia, e forse anche nei paesi baltici o in Polonia. Questi stati sarebbero molto più malleabili senza la Nato e la Ue, e se Trump vuole indebolire la prima, perché diversi membri non pagano abbastanza, o dividere la seconda perché rappresenta un fastidioso intralcio globalista, Mosca e Washington sono pronte ad andare a braccetto verso questo nuovo ordine mondiale.