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 2017  gennaio 17 Martedì calendario

L’eterno derby Italia-Francia

MILANO Parigi batte Roma, tanti a pochi. L’Italia Spa prova ancora, con orgoglio, a sventolare il tricolore. Il derby industrial-finanziario del Club Med è però una partita senza storia. Troppo differenti le forze in campo. Troppo squadra i transalpini per i solisti del Belpaese. E il verde della bandiera del nostro tessuto economico, un’acquisizione alla volta, sta mestamente diventando blu.
Le nozze Essilor-Luxottica sono solo la ciliegina sulla torta. Dalle pasticcerie Cova fino all’Acea, dalle bici Pinarello a mezza finanza nazionale, la Francia – con un accerchiamento iniziato negli anni ’90 – ha messo le mani su un bel pezzo dei gioielli del Belpaese. Alzando le barricate (con successo) quando la marea ha provato a muoversi in direzione opposta.
Il 2016, per non andare troppo in là nella storia, parla da solo. L’Italia ha iniziato bene, con un paio di bei contropiedi: Campari si è bevuta il Grand Marnier e Lavazza ha conquistato il rivale d’Oltralpe Carte Noire. È stato però un fuoco di paglia: a fine anno (dati Mergermarket), la Francia ha comprato società italiane per 7 miliardi. Più dei soldi spesi dai nostri imprenditori per lo shopping in tutto il mondo. Parigi – ha calcolato
Il Sole 24 Ore – aveva in tasca a novembre 2016 il 7% di Piazza Affari, contro lo 0,37% controllato da italiani sul listino transalpino. Cifra che oggi, tra il blitz di Vivendi su Mediaset e quello sugli occhiali di Agordo, è da rivedere al rialzo.
La sfida a colpi di acquisizioni tra Roma e Parigi, a dire il vero, non è quasi mai stata in discussione. Nemmeno quando i rapporti di forza economici tra i due paesi erano più equilibrati. Gli imprenditori tricolori, va detto, ci hanno provato. Ma hanno sbattuto quasi sempre contro la linea Maginot del sistema Francia. Quel groviglio armonioso di interessi tra aziende, banche e Stato – cementato dal sistema di relazioni nato sui banchi delle accademie come l’Ena – capace di chiudersi a riccio e muoversi come un sol uomo quando è sotto attacco. Gli Agnelli hanno provato molti anni fa a fondersi con la Citroën e a comprare le acque minerali della Perrier, le Generali hanno lanciato un’Opa su Agf, Eni ha tentato di comprare Elf. Ma nessuno ha centrato l’obiettivo. Gli anticorpi transalpini hanno reagito plasmando persino leggi ad hoc in difesa della francesità delle bollicine, le banche hanno messo i loro caveau al servizio degli interessi nazionali. E i big di casa nostra hanno dovuto ritirarsi scornati, accontentandosi di un po’ di plusvalenze o – come nel caso della famiglia torinese – dei vigneti di Chateau Margaux.
Il percorso in senso opposto, quella da Parigi a Roma, si è rivelato invece una strada in discesa senza pedaggi e con pochi ostacoli. La Francia Spa ha avuto un ruolo fondamentale nel far saltare l’equilibrio dei vecchi salotti buoni che ruotavano attorno a Mediobanca. Ha aspettato con pazienza la morte di Enrico Cuccia, poi, sparito il nume tutelare della vecchia Galassia del Nord, ha sfidato via Filodrammatici nel 2001 sfilandole la Edison, uno dei gioielli di casa, grazie all’Opa di Edf. Da allora il peso d’Oltralpe in questo mondo è aumentato esponenzialmente. Vincent Bolloré ha conquistato un ruolo di peso nell’azionariato di Mediobanca, francesi sono gli ad di Unicredit e Generali, Bnp-Paribas ha rilevato la Bnl, Credit Agricole Cariparma, Amundi ha appena comprato per 3,6 mld Pioneer. Il nocciolino duro tricolore che aveva garantito l’italianità di Telecom all’era della privatizzazione è stato sostituito da Vivendi, arrivata con i suoi soldi a raccogliere i cocci delle scalate a debito sulle tlc dei big (un po’ squattrinati) di casa nostra. E pronta oggi a far bingo con Mediaset, magari – guarda un po’ – girando la società guidata da Flavio Cattaneo ad Orange, l’ex monopolio delle telecomunicazioni di Parigi. Mentre SocGen e Agf, dice la vulgata, stanno aspettando l’attimo fuggente per lanciarsi su Unicredit e Generali.
La Francia però (sta succedendo ora con l’impero Berlusconi) ha saputo cogliere al balzo pure i cronici problemi di sottodimensionamento e successione delle piccole-grandi imprese private tricolori: la famiglia Besnier ha messo le mani su Parmalat dopo il crac di Calisto Tanzi. Lvmh e Kering hanno fatto shopping un marchio alla volta della moda mettendo le mani su Bulgari, Gucci, Fendi e Loro Piana. Ora anche Luxottica, uno degli ultimi baluardi d’orgoglio domestico ha alzato bandiera bianca e spostato testa e cuore verso Parigi. All’Italia resta il tricolore, ma con un verde sempre più tendente al blu.