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 2017  gennaio 17 Martedì calendario

Il ciclone Trump che spaventa (e forse rianima) la nostra Europa

Se proprio non vogliamo suicidarci a colpi di provincialismo, è arrivatoil momento di alzare lo sguardo dalle nostre beghe interne e di comprendereche siamo coinvolti in una mutazione transatlantica carica di insidie. Mai era accaduto che un presidente degli Stati Uniti in procintodi assumere i suoi poteri definisse «obsoleta» l’Alleanza atlantica, fino aieri considerata l’asse portante dell’alleanza militare e politica tra europei e americani.
M ai si era sentito un prossimo inquilino della Casa Bianca elogiare una frattura europea (la Brexit) e prevederne molte altre, anticipare cioè la fine dell’euro e la disgregazione della Ue. Nessuna intervista di un presidente eletto degli Usa aveva criticato con tanta durezza un capo del governo tedesco, che avrebbe fatto dell’Europa un suo strumento e sarebbe responsabile di un «errore catastrofico» sull’accoglienza ai migranti da mettere in relazione con la strage di Natale a Berlino.
E del resto, mai come nel caso di Donald Trump gli americani avevano eletto un presidente che verso l’alleata Europa si era sin qui mostrato indifferente se non ostile, con l’unica eccezione di una Gran Bretagna che si allontana dal Continente e ambisce a ristabilire rapporti privilegiati con gli Usa. Per gli altri (ma spesso anche per Londra) le rotte di collisione disegnate da The Donald sono ancora una volta senza precedenti.
I dossier apertiTrump stimola la domanda interna Usa, ma con l’altra mano prevede una border tax per i prodotti di chi vanta un surplus commerciale con l’America e magari sfrutta costi di produzione bassi (in Messico) per poi invadere il mercato statunitense. Il protezionismo è a un passo, e non mancherà di minacciare l’Europa. C’è disaccordo sulla difesa dell’ambiente, e Trump vorrebbe smontare gli accordi di Parigi che gli europei considerano il minimo di quanto è necessario fare. Lo scontro è frontale sull’accordo nucleare con l’Iran, Trump lo considera «un accordo tra i più stupidi» da rinegoziare, mentre gli europei (anche il ministro britannico Johnson) hanno ribadito ieri di giudicarlo molto positivamente. Della Nato abbiamo detto. E poi c’è il grande tema Russia, un tema difficile che da sempre divide l’Europa malgrado le votazioni unanimi sulle sanzioni e che diventerà caldissimo se Trump terrà fede ai suoi propositi di riavvicinamento con il Cremlino.
La sfida per l’EuropaIl giuramento di venerdì a Washington sarà dunque un giorno di lutto per l’Europa, il contrario esatto della festa di 8 anni fa quando giurò Barack Obama, l’inizio di un incubo politico, economico e sociale per una Europa già fragile e ora esposta al colpo di grazia?
Forse gli eventi confermeranno le inquietudini che regnano già oggi su questa riva dell’Atlantico, ma sbaglieremmo di grosso, noi europei, se invece di vigilare sui nostri interessi comuni ci dedicassimo sin d’ora a fasciarci la testa lamentando di essere, per la prima volta dalla fine dalla Seconda guerra mondiale, trascurati dall’America o addirittura osteggiati dall’America.
Le prime reazioni europee ai propositi di Trump, soprattutto quelle tedesche, sono quelle giuste. Siamo noi i padroni del nostro destino, ha detto Merkel. Il suo vice ha esortato a «non cadere in depressione». A Parigi si osserva che la migliore risposta a Trump è l’unità degli europei. Altri ricordano che l’Europa è il primo mercato mondiale, e che l’Unione resta vitale malgrado le sfide elettorali che l’attendono nel 2017.
Unità quando possibile, iniziative forti che oggi mancano, difesa energica dei propri valori e dei propri interessi, nuovo impegno nella sicurezza e nella politica estera, volontà di essere un soggetto protagonista sulla scena mondiale: soltanto così l’Europa potrà sopravvivere al doppio urto dei populismi interni e del trumpismo esterno. E si potrebbe scoprire, allora, che Trump ha il grande vantaggio di non essere un ideologo, che predilige il pragmatismo dei grandi uomini d’affari abituati a negoziare su tutto.
Sicurezza e ambienteNegoziare anche sulla Nato, che potrebbe vedere una modifica delle sue priorità difensive (più terrorismo e immigrazione illegale e meno Russia, per esempio), al cui bilancio molti Paesi tra cui l’Italia dovranno contribuire di più, ma che alla fine potrebbe restare la colonna dell’alleanza transatlantica.
Anche sull’ambiente e sull’Iran, perché gli accordi internazionali sono difficili da rinegoziare e non sono «stupidi» quanto pensa oggi Trump.
Anche sui rapporti con la Russia, perché se una alleanza contro l’Isis in Siria è subito possibile, se nuovi accordi di disarmo sarebbero i benvenuti, se è nell’interesse generale fermare una escalation di tensioni tra le due superpotenze nucleari come quella che Putin e Obama hanno da poco provocato ognuno con le proprie responsabilità, assai più complicata risulterebbe una intesa sull’Ucraina e addirittura sulla Crimea, più difficile sarebbe non garantire la Polonia e i Baltici contro timori di attacchi russi alimentati anche dalla memoria storica, e comunque gli interessi fondamentali della sicurezza americana vieterebbero al presidente di spingersi troppo lontano.
GlobalizzazioneA ben vedere, il mondo maggiormente sconvolto da Trump promette di essere quello dei commerci e dell’economia. La globalizzazione come l’abbiamo conosciuta e come è stata disegnata proprio dall’America potrebbe essere al tramonto. Andranno invece in vigore le regole di ogni trattativa d’affari. E il mondo di The Donald, per fare in modo che vengano conclusi buoni affari, garantirà la stabilità e ove possibile la pace riconoscendo zone d’influenza geopolitiche in Europa, in Medio Oriente e in Asia.
L’Europa ha molto da perdere, ma ha anche molto da guadagnare. Invece di abbandonarla a una lenta agonia, Trump suona per lei l’allarme rosso della sopravvivenza. I piccoli o grandi egoismi nazionali, gli eccessi di rigore come quelli di lassismo, i giochi elettorali da scaricare su Bruxelles, tutta questa nostra quotidianità viene spazzata via da un presidente americano che potrebbe rivelarsi brutale nei fatti come lo è a parole. Ora tocca agli europei, come dice Angela Merkel, l’onere di decidere il loro destino. Perché saranno loro a scegliere, non Trump.