la Repubblica, 16 gennaio 2017
Così Cassius diventò l’icona Ali
ROMA. Quel che rimaneva di Ali nella sua Roma se ne va per sempre. Il ring originale su cui salì un ragazzo di nome Cassius Clay ha trascorso la notte per l’ultima volta in una strada che dal rione Monti conduce al Colosseo. Via Frangipane, palestra Audace, 115 anni, la Lupa etrusca sullo scudo biancorosso. Una reliquia custodita a lungo dai maestri Venturini, papà Cesare e suo figlio Gabriele: «Ce ne priviamo per una giusta causa». Le corde erano tre, e tre sono rimaste in tutto questo tempo. Il tavolato è lo stesso d’allora, settembre 1960, i giorni dell’Olimpiade di Roma. Da stamattina il ring si muove verso Assisi, dove la federazione farà nascere un museo della boxe. L’incredibile suggestione di un altro ultimo viaggio, proprio quando – domani – Ali avrebbe compiuto 75 anni. Da qualche parte, nascosto, dovrebbe esserci ancora un vecchio punching ball su cui scaricava pugni quel diciottenne di Louisville.
Nino Benvenuti è tornato sul ring della magia per raccontare. Con le sue parole comincia “Da Clay ad Ali. La metamorfosi”, documentario scritto e diretto da Emanuela Audisio, sul ragazzo che portava il nome di uno schiavo e che diventò un’icona: on-line domani su Repubblica.it e alle 21.15 su Sky Arte, nel giorno in cui Ali avrebbe compiuto 75 anni. «Se non lo avessi accompagnato nel suo ultimo viaggio», dice Benvenuti, «avrei pianto tutta la vita».
Il film cuce le testimonianze di chi ha fatto un tratto di cammino accanto a The Greatest.
Dai grandi che lo hanno fotografato (Hoepker, Klein, Leibovitz, Toscani) assecondando con le immagini un dono naturale per la comunicazione, alle mogli Khalilah («Io ho creato Ali») e Lonnie: «Le sue ultime parole: portami in ospedale. Credo che mi abbia chiesto dell’acqua...». E poi Schnabel, Lefranc, Majeski, Mabanckou, Bocelli, Minà, Nero, Furio Colombo. Clay batté in finale a Roma Pietrzykowski, definito «uno che ha 15 lettere nel suo nome». Un mancino che temeva, perché mancino era pure Adam Johnson da cui aveva perso l’anno prima ai Trials dei Panamericani. Anziché portarlo a Roma, in America gli offrirono 2.500 dollari per passare professionista. “E l’oro olimpico?”, chiese Adam, che dei soldi aveva bisogno. Lo convinsero: «Non potrai mai mangiare una medaglia». Se a Roma fosse andato Johnson o se avesse vinto Pietrzykowski? Nel film Le Bron James giura: «Oggi io non sarei qui e non potrei entrare nei ristoranti in cui mangio». Per Thomas Hauser, biografo di Ali, «lui è una delle ragioni per cui gli Usa hanno eletto presidente una persona di colore con uno strano nome». Come dice Audisio, grazie a «un uomo capace di essere tutti».