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 2017  gennaio 16 Lunedì calendario

C’era una volta la tessera così è sparito un mondo

ROMA Quei 2,2 milioni di italiani che nel 1947 si iscrissero al Pci non aderirono soltanto a un partito, ma definirono anche il loro posto nel mondo. «Ho un appuntamento con un compagno che lavora all’Intendenza di Finanza» scrive l’operaio stampista Vittorio Sparati alla moglie Nives, in Quando torni di Alberto Papuzzi, quando gli viene recapitata una multa sulla casa. Il partito come una comunità di mutuo soccorso. La coppia si scrive sull’agenda, l’unico modo per comunicare dato che in fabbrica svolgono turni diversi. Lei si lamenta: «Non ci prendiamo mai tempo per noi, la famiglia viene sempre all’ultimo posto, dopo il sindacato, dopo il partito…».
La tessera, per milioni di uomini e donne, era la vera carta d’identità. Su ebay lo stock di ottanta card storiche del Psi si può comprare a 80 euro. Sul retro di quella del Pci c’era anche un codice di comportamento, perché essere comunisti implicava soprattutto una moralità: «Ogni iscritto ha il dovere di partecipare regolarmente alle riunioni ed essere attivo nella sua organizzazioni; accrescere continuamente la propria conoscenza della linea politica del partito e la propria capacità di lavorare per realizzarla; leggere e diffondere il giornale del partito». L’Unità, che oggi sta per chiudere i battenti per la terza volta, la domenica superava le 300mila copie. Il partito di massa in numeri: 1,8 milioni iscritti al Pci nell’anno d’oro ’76 (la tessera costava 3mila lire), che nei mesi della Svolta, nel 1989, erano ancora 1,4 milioni. Berlinguer chiudeva le feste dell’Unità davanti a folle oceaniche. Quindi oggi colpiscono i 4mila iscritti di Sinistra italiana, la metà di Democrazia Proletaria negli anni Ottanta. Rifondazione comunista al suo apogeo, a metà anni Novanta, vantava 126mila aderenti.
Anche la Dc imponeva un suo codice di comportamento. Quello elaborato nel 1981 dal senatore Gonella prevedeva «una condotta morale e politica irreprensibile nella vita pubblica e privata e professionale» che non sempre trovava corrispondenza nella realtà. Largheggiavano scandali, brogli, impicci. Nel 1959, si legge nella Storia della Dc di Giorgio Galli, Foggia aveva tre volte più iscritti di Firenze e Cosenza quanto Genova, Torino e Venezia messe insieme. Possedere un pacchetto di tessere, anche se fasulle, per il ras locale era il suo modo feudale di dettare legge. Il professor Mario Caciagli, nel libro inchiesta su Catania, definì lo scudocrociato etneo «un partito clientelare di massa».
Gli effetti di questi trucchi erano talvolta grotteschi. Amintore Fanfani alla vigilia delle amministrative del ’76 si fece dare gli elenchi dei tesserati inviando una lettera a ciascuno di loro per mobilitarli alla campagna elettorale, ma si vide recapitare centinaia di risposte furenti: di gente che lamentava di essere stata tesserata a sua insaputa, o che diceva di essere iscritta al Pci. Il tesseramento nella Capitale venne sospeso per due anni e perfino Giulio Andreotti non poté rinnovare la tessera. Il suo capocorrente Franco Evangelisti dichiarò con involontaria ironia: «Non esistono a Roma iscritti alla Dc». Allora aderire alla Balena bianca poteva garantire una certa carriera, testimoniata dalla cinica massima che circolava in Rai: «Assumo un dc, un psi e uno bravo».
Ora termini come militanza, sezione o stampa di partito appartengono probabilmente alla storia, mentre l’espressione “signore delle tessere” mostra ancora una sua bruciante attualità, vedi i casi di Napoli, dove si regalava un euro a chi votava alle primarie del Pd: certi vizi sono iscritti nella biografia della nazione.