Libero, 16 gennaio 2017
«Milano è bellissima ma ha paura di essere violata». Intervista a Davide Van De Sfroos
Tra qualche mese lo attende San Siro per il suo primo concerto in uno stadio, ma per ora Davide Van De Sfroos è tutto preso da un’iniziativa a sostegno dell’oratorio del suo paese, Mezzegra, sul lago di Como, alla quale si sta dedicando insieme a Giacomo Poretti (quello del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, ndr). «Quando ero ragazzino era stato chiuso e il mio oratorio è stato il paese con la piazza e il bar della cooperativa», spiega il cantautore comasco. «Ma quanto sia importante mantenere vive queste realtà, l’ho capito con i miei figli che all’oratorio sono cresciuti».
Intanto i cauboi (soprannome, preso da una canzone di Van De Sfroos, con cui si autodefiniscono i fan di Davide, ndr) dall’oratorio di Mezzegra stanno per calare a San Siro, tempio del calcio e della musica al ritmo delle tue ballate in dialetto laghée...
«Veramente la mia distanza con il calcio è ormai incolmabile. Sono cresciuto in mezzo a gente che aveva il mito del pallone oppure della musica e per tutti San Siro rappresentava il tempio supremo a cui accedere. Io ero tra i fedeli della musica eppure non ho mai visto un concerto a San Siro, in compenso ho assistito a tre partite».
Un caso unico: il 9 giugno suonerai a San Siro senza avervi mai assistito a un concerto...
«Già. È la strana avventura di un operaio della musica, un artigiano. Del resto, i premi a cui sono più affezionato sono quelli che mi sono stati consegnati proprio dalla Confartigianato perché mi rappresentano. Altro che rockstar e tatuaggi, io mi sono sempre visto come un magütt (muratore, in dialetto lombardo) che partiva la mattina, portava in giro il suo prodotto, saliva su un palco e poi tornava a casa...».
Il magütt ne ha fatta di strada: dal teatro Sociale di Como allo Smeraldo di Milano, poi i concerti in tutta Italia, il Forum e ora San Siro...
«Sembra strano in effetti, ma la gente mi ha sempre seguito ovunque come se partecipasse a un meeting. Il mio pubblico dimostra una singolare forma di appartenenza a una sorta di piattaforma dove si parla un linguaggio e dove si riconosce la propria identità. Il mio pubblico non viene a vedere una star che brucia la chitarra, viene ad ascoltare uno che appartiene a quel loro mondo che sembra destinato a sgretolarsi. Quella di San Siro sarà l’adunanza di un popolo emotivo, sociale, antropologico, che non accetta di sparire».
Quindi San Siro non ti trasformerà in una rockstar?
«No. Per la verità,
credo di essere io a entrare in un mondo che non mi appartiene, un po’ come avvenne quando partecipai a Sanremo. Anche allora partecipai con un brano in dialetto che non doveva nemmeno essere presente in una manifestazione che si definisce della canzone italiana, tanto è vero che i bookmaker non mi consideravano nemmeno. Eppure, la canzone che non doveva esserci arrivò quarta e sarebbe stata terza se non fosse stato per il voto dell’orchestra».
Non sarai una star, ma la gente ti segue ovunque...
«Non ho mai pensato di essere ciò che non sono perché vedevo la gente aumentare sotto il palco. Sono solo uno che si è sempre interessato ai sussurri che sentiva venire dal basso. In un’epoca in cui tutti gridano risposte che forse nemmeno hanno io mi sono interessato ai bisbigli che, però, fanno parte della vita vera di tutti. E la gente li riconosce».
Dunque come ti definiresti?
«Io a volte non so davvero che lavoro faccio. Forse sono uno partito per un viaggio, un esploratore, un bardo che cerca di tenere viva la memoria. Canto storie che ormai conoscono tutti e cerco di mantenerle in vita per irrigare la memoria e lo spirito. Forse per questo la gente mi ha sempre seguito ovunque, nei palazzetti, in un prato con una chitarra oppure ora a San Siro».
La Milano che troverai è una città che, dopo essere sempre stata giudicata brutta, ora viene considerata una delle città più belle e vivibili d’Italia. Eppure è anche una città spaventata...
«La paura si è impossessata di questi paesini, di queste frazioni sul lago, ovvio che sia arrivata anche nella metropoli. Milano è speciale e, perciò, vive anche una paura speciale. È sempre stato così, fin dai tempi degli Sforza. Per il resto non mi stupisce affatto che ora sia considerata bellissima. La Milano nuova è bellissima perché rappresenta una modernità equilibrata. È la città del futuro che ci immaginavamo da bambini. Quando la si attraversa di notte brilla limpida, piena di speranza come se questa corazza di modernità potesse proteggerci».
Poi però c’è la paura che di questi tempi si percepisce nelle strade...
«La bellezza ha sempre paura di essere violata. Milano nella sua storia ha dovuto attraversare vicende di ogni tipo e qualche volta si è sporcata. Ora che ha il vestito nuovo ha paura di sporcarsi ancora. La contrapposizione tra bellezza e paura c’è sempre stata, ai tempi di Ludovico il Moro come negli anni Settanta, all’epoca del terrorismo. Milano è una città maiuscola e le cose accadono in grande».
Nei tuoi ultimi dischi affronti spesso il tema delle contrapposizioni e delle confusioni della nostra epoca...
«Ho l’ossessione della confusione. La nostra epoca e il nostro divenire sono il terreno su cui si muove la confusione. La fusione di cose diverse va bene, la comunione anche; ma la con-fusione significa mettere insieme cose diverse, confondendole. È questo il terreno su cui cresce il terrore».
Viviamo davvero in un mondo bipolare, dove, come recita un tuo verso, acquistiamo le conchiglie per ascoltare il mare e poi quando finalmente siamo in spiaggia davanti al mare all’orecchio teniamo il cellulare?
«La nostra è un’epoca di spaesati. Ci sono paesi che non esistono praticamente più, ma la gente c’è ancora e non accetta di sparire. Ci sono lavori tradizionali che sono diventati delle maschere, attrazioni per i turisti, eppure sono persone reali quelle che continuano a svolgerli e che conservano un sapere antico, l’unico che, se per esempio un giorno dovesse andar via la luce, diventerebbe indispensabile. Le canzoni nuove che sto scrivendo sono proprio il tentativo di tornare alle origini della poetica e delle storie di queste persone, guardate però non più con gli occhi di un ragazzo che osserva il mondo dei padri, ma con gli occhi di un cinquantenne che rivaluta il passato. Ammiro la tecnologia, ma questo mi fa ancor più apprezzare i risultati ottenuti in altre epoche, senza questi strumenti».
Quindi sei la voce degli spaesati?
«Il mondo osserva sempre il centro del palcoscenico, chi è sotto la luce principale. Ora, per esempio, al centro della scena c’è Trump, ma è lì perché tanti piccoli Genesio (personaggio di una delle sue più note canzoni, ndr), spaesati, l’hanno votato. Per questo sento la necessità di raccontare il mondo dei sussurri di chi ha poca voce».
I cauboi conquistano Milano. E tu cosa porti nella tua calata in città?
«La conquista di Milano è innanzitutto la conquista di se stessi, andare per un momento al centro della scena a mostrare ciò che si è fatto. Ciò che mi rende felice è fare un lavoro socialmente utile, non essere una figurina dello show business. In fondo avrei voluto fare il fisioterapista o il massaggiatore per far stare bene le persone. Ecco, spero di aver fatto stare bene qualcuno con il mio lavoro. E dopo vent’anni da artigiano vado a Milano con la mia gente per offrire il frutto del mio lavoro».