La Stampa, 16 gennaio 2017
C’è la ricetta per scalare la classifica
La classifica del Rapporto del World Economic Forum Wef) fotografa le difficoltà che le grandi economie avanzate hanno nel rispondere alle sfide economiche del nostro tempo: invecchiamento della popolazione, bassa produttività del lavoro, crescente disuguaglianza sociale, bassa crescita economica. Vincere queste sfide, secondo il Wef, significa costruire una strategia che espanda quanto più possibile le opportunità economiche dalle élite al resto della popolazione.
C’è chi queste sfide le sta raccogliendo e chi invece rimane indietro. Su 29 economie avanzate, ai primi sei posti si collocano i Paesi del Nord Europa e la Svizzera. Agli ultimi quattro posti si trovano le economie del Sud Europa: Spagna, Italia (27a), Portogallo e Grecia. Tra i Paesi del G7, la prima è la Germania a metà classifica.
Va detto che tra le economie più virtuose, nessuna supera i 10 milioni di abitanti. Il primo Paese – la Norvegia – gode poi di condizioni uniche dovute ai profitti del petrolio del Mare del Nord, che sapientemente non vengono spesi ma risparmiati per le generazioni future. Il secondo e il quarto – Lussemburgo e Islanda – hanno poche centinaia di migliaia di abitanti.
Ad una prima lettura, questa fotografia mostra come le difficoltà crescono con la complessità, l’eterogeneità e la dimensione delle nazioni.Inoltre, si evidenzia una chiara ripartizione geografica tra Nord e Sud Europa: sono più le questioni sociali e culturali di lungo periodo che non le politiche economiche di breve periodo a influenzare questa classifica.
Questo non significa che le politiche nazionali siano inefficaci o inutili. E soprattutto non si giustificano alcune debolezze che emergono guardando all’Italia: oltre ad essere nella coda della classifica, ha anche peggiorato la sua performance rispetto a cinque anni fa.Emergono quattro elementi: primo, il nostro Paese è sufficientemente inclusivo ed equo, ma inefficiente. Si prendano ad esempio i dati relativi all’educazione e alle competenze: in termini di accesso all’istruzione, l’Italia si classifica al 14o posto su 29; in termini di qualità dell’istruzione al 28o posto. Lo stesso sulla sanità: l’Italia è uno dei Paesi dove i cittadini devono contribuire meno per accedere ai servizi sanitari, allargando così le opportunità a tutti, ma in termini di qualità si colloca molto indietro.
Secondo, siamo ancora percepiti come un Paese corrotto e poco etico, soprattutto nell’ambito del settore pubblico e della politica. A prescindere dai fatti, lo storytelling dell’Italia come un Paese dove la politica influenza negativamente l’economia, dove ci si può fidare poco del giudizio indipendente dei giudici, dove pagare le tasse è una variabile discrezionale, rimane uno degli elementi più penalizzanti per favorire investimenti e crescita in Italia.
Terzo, l’Italia rimane indietro nelle infrastrutture digitali: siamo all’ultimo posto per numero di utenti Internet in percentuale alla popolazione, e nell’accesso alla rete per le scuole. Quarto, i servizi finanziari non sono adeguati per supportare la crescita dell’economia reale: il venture capital è raramente disponibile, la finanza per le piccole imprese difficile.
C’è dunque spazio per la politica per rendere l’Italia più competitiva, sperando che nel tempo anche le componenti culturali vadano evolvendo. Va intanto cambiato lo storytelling, partendo dai tanti fatti positivi che ci riguardano, anche in confronto agli altri Paesi: perché le imprese italiane vengono giudicate negativamente in termini «etici» e il comportamento delle lobbies americane – finanziate dalle imprese – invece è più etico? Perché si parla poco del ministro francese responsabile per il budget dello Stato che ha avuto per vent’anni un conto segreto in un paradiso fiscale? E che dire del ministro delle Finanze austriaco di qualche anno fa coinvolto in scandali finanziari?C’è poi da lavorare in alcune aree strategiche: l’efficienza del settore educativo – scuola e università – è ovviamente centrale per favorire una crescita economica inclusiva, così come lo sviluppo dei servizi digitali. E poi la finanza: senza adeguati strumenti per far espandere sui mercati esteri le nostre tante piccole e medie imprese di qualità si rischia di disperdere competenze e passione.
Non sono obiettivi impossibili, e va detto che su molti si cerca di intervenire da tempo: serve ora un’agenda che fissi chiari obiettivi, misurabili dai cittadini in modo trasparente; un cronoprogramma con obiettivi intermedi; gli strumenti che si vogliono utilizzare per raggiungere tali obiettivi; la definizione di responsabilità (chi fa che cosa). Se a questo si coniugasse la capacità di raccontare all’estero la direzione che il Paese sta prendendo, fra cinque anni l’Italia non sarà più il fanalino di coda di tutte le classifiche.