La Stampa, 16 gennaio 2017
Giuseppe Pontiggia: «Cari scrittori, non siate schiavi della realtà»
«Molte volte si pensa che l’aspirazione degli artisti sia di esprimere se stessi in un senso immediato. Io lascerei ad artisti di livello modesto l’ambizione di esprimere se stessi e di realizzare se stessi». In questa frase degna dell’amatissimo La Rochefoucauld c‘è tutto Giuseppe Pontiggia, Peppo per amici e estimatori, scomparso nel 2003, scrittore grande e non genericamente «grande scrittore», tanto per uniformarci a uno dei suoi insegnamenti circa l’importanza dell’uso delle parole.
La troviamo in una delle Conversazioni sullo scrivere che ora pubblica la casa editrice Belleville-La Scuola, emanazione dell’omonima scuola di scrittura milanese che lancia un programma editoriale dedicato al tema specifico, a cura di Ambrogio Borsani e Roberta Cesana. Il volume, con allegato cd, raccoglie le 25 lezioni che Pontiggia tenne per Radiodue, su invito di Aldo Grasso, tra maggio e luglio del 1994. Tre vennero riviste dall’autore e pubblicate sulla rivista Leggere di Rosellina Archinto, le altre sono restituite in trascrizione conservano il forte senso di oralità.Pontiggia era un uomo schivo, viveva tra i libri (celebre la sua sterminata biblioteca che occupava ogni minimo angolo della casa milanese), li faceva scrivere, li scriveva. È stato un maestro. E da La morte in banca a La grande sera, fino a quel capolavoro che fu Nati due volte, è un classico del secondo ’900. Qui, trascorrendo in totale libertà tra le sue infinite letture dall’antichità classica alle avanguardie, dalla poesia alla scienza e all’economia, illustra tenendosi alla larga dai dogmi la sua personale idea di scrittura come conquista, lavoro, artigianato e ispirazione.Demolisce miti, per esempio quello della spontaneità o della «realtà» come qualcosa di riproducibile e rappresentabile solamente attraverso una presunta adesione a essa; sfata i luoghi comuni (il «realizzare se stessi» o «portare i propri visceri in piazza») approfondisce i dettagli del «mestiere», per esempio l’uso dei sinonimi o dei nomi propri; si fa beffe delle parole passe-partout svuotate di significato, delle imprecisioni e delle sciatterie, dei brainstorming e dei briefing; ricorda gli insegnamenti della retorica, e in generale insiste sul fatto che la scrittura non è il discorso orale, e la pagina non è la «realtà» (semmai realtà organizzata per un dialogo).Il suo è un gigantesco atto di fede nello scrivere «bene» (e nel parlare bene), il che non significa in questo o quello stile, ma vuol dire affrontare la pagina come qualcosa che va costruito e che dev’essere persuasivo; di cui abbiamo la responsabilità, e non è responsabilità da poco. Sono passati più di vent’anni, e queste lezioni sembrano non essere invecchiate nemmeno d’un giorno.Mario Baudino
«Conta solo ciò che capita sulla pagina»
Un altro dei pregiudizi che sussistono intorno allo scrivere è quello che chiamerei il pregiudizio realistico, il pregiudizio della realtà. Un esempio: per molti anni ho fatto lavoro di editing per case editrici, ho vagliato testi di autori anche importanti, che però presentavano imperfezioni, squilibri strutturali, squilibri linguistici e stilistici.Ne parlavo con l’autore e lui di solito conveniva che effettivamente certe parti andavano modificate: non nell’interesse di qualcuno, ma nell’interesse del testo. Io facevo proposte di correzione, cerchiavo per esempio le parole che secondo me andavano omesse o ne suggerivo altre. È un lavoro che adesso non faccio più per questioni di tempo, ma che è stata una esperienza importante; ed è un lavoro che a mia volta io chiedo a qualche lettore-vittima quando scrivo. So benissimo che è una fatica non da poco.Bene, torniamo all’editing editoriale. Alcune volte succedeva che l’autore difendesse, comprensibilmente, una scena o un particolare dicendo: «Ma nella realtà le cose sono andate così». È un pregiudizio da cui liberarsi. Contano solo le cose che capitano sulla pagina, nella realtà le cose possono essere andate in molteplici modi, nella pagina devono andare nel modo giusto. Non possiamo avallare quello che non funziona sulla pagina facendo appello a quello che è avvenuto fuori del testo. Noi tendiamo a confondere la pagina con la realtà anche perché la critica è a volte fuorviante, quando dice per esempio che «la pagina è intrisa di vita», «la vita irrompe nella pagina», «la pagina è ricca di sangue» ecc. Sono metafore da cui io mi terrei un po’ lontano.Potrei citare un esempio che riguarda Braque, uno dei creatori del cubismo novecentesco. È un episodio raccontato da Gombrich in Arte e illusione. Lo trovo illuminante per far capire che cos’è la pittura o la pagina e che cos’e la realtà. Una signora visita il suo studio, si ferma davanti a un quadro e gli dice: «Maestro, ma questa donna ha un braccio più lungo dell’altro». E Braque risponde: «Ma signora, questa non è una donna. Questo è un quadro». (…)A proposito del pregiudizio realistico, dell’appello alla realtà per giustificare quello che c’è nella pagina e che magari nella pagina non funziona, potrei anticiparvi uno dei temi su cui torneremo più avanti, la scelta del nome proprio. Se leggiamo Dante, non c’è un nome proprio che non sia memorabile. I nomi della Commedia sono pieni di forza figurativa ed evocativa, Corso Donati, Filippo Argenti, Bonconte, Cacciaguida. Pensate a Piccarda Donati, a un verso come: «Ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda». Qui la suggestione del nome ha certamente una parte non trascurabile. Se si fosse chiamata in un altro modo, se si fosse chiamata Teresa, Dante avrebbe forse detto: «Ma riconoscerai che…»? No! Io penso che avrebbe rinunciato. Dante sceglie i nomi propri quando hanno una loro ricchezza fonica e associativa, altrimenti li elude. Invece lo scrittore debole dice: «Ma nella realtà il personaggio si chiama così». Tanto peggio per la realtà, noi dobbiamo vedere quello che funziona nella pagina. (…)Un testo è riuscitose ne sa di più dell’autoreAlle elementari si insegna, comprensibilmente, che per fare un tema bisogna riflettere a lungo, avere le idee chiare e poi trascrivere quello che si è pensato. Bene, può essere un procedimento pedagogico funzionale alle elementari, ma questo atteggiamento di fronte alla scrittura dovrebbe essere superato quando si passa a una maturazione ulteriore. Io penso che lo scrivere sia soprattutto inventare nel senso etimologico di invenire. Invenire in latino voleva dire trovare. Inventare è un frequentativo di invenire e vuol dire essenzialmente scoprire quello che non si sapeva di conoscere, trovare quello che non si sapeva esistesse. Penso che una delle mete di un narratore sia di dar vita a un testo che alla fine ne sappia più di lui, un testo che rappresenti per lui una fonte di sorpresa, di curiosità, di conoscenza, che non lo deluda alla rilettura, ma anzi riveli significati nascosti che lui stesso non poteva prevedere. Un testo è riuscito se ne sa di più dell’autore, e questo è confermato sia dalla nostra esperienza, sia dall’esperienza storica. Ci si stupisce che la critica individui in un’opera significati che l’autore non aveva previsto. Questo è normale, un autore non vuole trascrivere qualcosa che già possiede, vuole fare un percorso di cui conosce il punto di partenza ma non il punto di arrivo. E non può certo prevedere tutti i significati che l’opera, se è riuscita, è in grado di esprimere. Mi ricordo un’intervista di Márquez. Gli chiedono: «Ci dica in poche parole quello che ha voluto dire in Cent’anni di solitudine». E lui risponde: «Guardi, ho impiegato trecentomila parole, perciò si legga il testo, io non so dirle in poche parole che cosa ho voluto esprimere».