Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  gennaio 15 Domenica calendario

Nel mondo in miniatura

Sedici anni fa, in un vecchio deposito navale di mattoni rossi affacciato sui canali di Amburgo, i fratelli Braun battezzano un progetto folle. Un sogno rubato ai bambini. Costruire una “Wunderwelt”, un “mondo delle meraviglie” in miniatura attraversato da migliaia di trenini elettrici. Riprodurre Roma, un pezzo delle Alpi svizzere o Las Vegas su scala minuscola, creare un museo di paesaggi di plastica animato da decine di migliaia di indaffarate figure alte mezzo dito. Per i fratelli Braun non si tratta solo di ricostruire una fetta di mondo in una stanza, ma di risvegliare la passione di chi da piccolo si divertiva a osservare i suoi trenini sfrecciare su e giù per colline e boschi finti, gettarsi nelle curve più ardite e imboccare sempre lo stesso tunnel per ore e ore.
«Nel 2000 i miei fratelli maggiori si erano stancati di produrre dischi e fare la vita notturna da dj e si sono chiesti “cosa facciamo da grandi?”. È stato Frederik a lanciare l’idea di un “mondo in miniatura”. All’inizio pensavamo fosse pazzo. Per fortuna ha insistito». Sebastian Drechsler sorride, pensando a quei giorni. Lo intervistiamo nel suo ufficio, a qualche metro dal laboratorio delle mini-città. I suoi fratellastri, Frederik e Gerrit Braun, sono partiti sedici anni fa con un finanziamento pesante, convincendo la banca che sarebbero riusciti ad attirare centomila visitatori l’anno. Nei primi dodici mesi ne sono arrivati tre volte tanti. Due mesi fa hanno superato un traguardo impensabile: quindici milioni di visitatori. «Vengono più da noi che a Neuschwanstein, al castello di Ludwig in Baviera», si compiace Sebastian. Ogni giorno i quasi millecinquecento metri quadri di museo pullulano di visitatori da tutto il mondo, nelle singole sezioni che riproducono i paesaggi o le città popolati da duecentomila figure e attraversati da un migliaio di treni, si alternano persino notti e giorni artificiali. Ed è impressionante vedere dodicenni o cinquantenni imbambolati davanti alla riproduzione del Vesuvio, in attesa del prossimo trenino che passa.
Sembra il grande incantesimo di un dio dei treni. Quanta strada, dal treno “bello e orribile mostro” del Carducci e assassino di Anna Karenina, eroina del romanzo di Tolstoj. Un secolo e mezzo fa fu un treno a regalare un balzo in avanti alla finanza globale, quando un geniale avvocato americano, Henry Varnum Poor, cominciò a tenere gli investitori aggiornati sui progressi nella costruzione delle ferrovie nel selvaggio West. Fondò un’azienda nota – e temuta – oggi come Standard & Poor’s. Qualche anno dopo, fu sempre un treno che arrivava nella stazione di Parigi, ripreso frontalmente dai fratelli Lumière, a far scappare in preda al panico i primi spettatori dal primo cinematografo. Oggi, miriadi di romanzi, di esperienze futuriste e di gialli di Agatha Christie dopo, il treno è il mezzo di locomozione più romantico che esista, come dimostra anche il “museo delle meraviglie” di Amburgo.
Lo scorso autunno, quando hanno inaugurato la sezione Italia, «la più ambiziosa» confessa Sebastian, i fratelli Braun l’hanno festeggiata con un omaggio a Giovanni Trapattoni. Così Ich habe fertig, il famosissimo, sgrammaticato “ho finito” (più o meno), che l’ex Mister scagliò contro il giocatore Strunz e i compagni di pigrizie del Bayern, è diventato il titolo del video che presenta la sezione dedicata al nostro Paese. Ed è sufficiente affacciarsi nella sala che ricostruisce Roma per rendersi conto del fascino che sta esercitando su tedeschi e turisti.
Un signore sulla sessantina, Herbert Fisch, è piegato sulla barriera che protegge San Pietro, studia tre minuscoli frati che stanno riparando un’automobile dietro il colonnato del Bernini. Una scenetta stupenda e improbabile, ma nel “Wunderland”, “nel mondo delle meraviglie” dei sognatori Braun, la realtà conta fino a un certo punto. Tra i duecentomila minuscoli abitanti del mondo in miniatura si nascondono Pinocchio e Geppetto, una giraffa che guida una Cinquecento, Batman legato in un letto, gangster che seducono pupe e un asino che legge Playboy.
La basilica del Papa è uno dei capolavori della “Wunderwelt”, con i ventiduemila pezzi assemblati in sei mesi in base a un migliaio di fotografie (il Vaticano non ha voluto fornire planimetrie). Ed è anche, annuisce Sebastian, «uno dei lavori di cui andiamo più fieri». Pazienza se la piazza del colonnato è più corta che nella realtà, del resto anche il maestro del giallo, Alfred Hitchcock, se ne infischiava della verosimiglianza. Per lui, come per i giovanissimi ingegneri e artigiani della Wunderwelt, conta l’effetto. E l’effetto è grandioso.
Fisch, il signore ipnotizzato dai frati-meccanici dietro le colonne del Bernini, viene da Stoccarda ed è qui già per la terza volta: «Quando ero piccolo giocavo sempre con i trenini. Sono felice di ritrovarli qui, vengo ogni tanto a vedere se ci sono novità». La prossima potrebbe essere imminente: dopo Roma, Napoli, le Cinque Terre e il Sudtirolo, nei piani dei fratelli Braun c’è Venezia. La sezione Italia per ora è grande quanto un appartamento, circa centonovanta metri quadri, ed è costata centottantamila ore di lavoro in quattro anni e quattro milioni di euro. Resta uno dei traguardi più esaltanti, sostiene Sebastian.
Nel frattempo, visto l’enorme successo, c’è anche chi li ha già contattati, da New York e da San Pietroburgo, persino dalla Corea del Sud, per costruire una “Wunderland” americana o russa o asiatica. «Abbiamo detto di no a tutti», racconta Sebastian. «Non ci interessa fare soldi, ne abbiamo già fatti abbastanza, a che serve comprarci dieci ville in più? Siamo un’azienda familiare e ci interessa continuare a conoscere le persone con cui lavoriamo per nome. Se ci espandessimo, diventerebbero dei numeri. Peraltro non c’è il diritto di autore: la nostra è un’idea, a chi la imita non possiamo che augurare buona fortuna. Infatti stanno già nascendo, altre “Wunderland”, in giro per il mondo. A noi interessa solo continuare a divertirci come pazzi».