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 2017  gennaio 15 Domenica calendario

Maradona al San Carlo, la forza della memoria

Rubrica dedicata alla memoria. Real, Barcellona, Bayern, Psg e cinque club inglesi (i due di Manchester più Arsenal, Chelsea e Liverpool) fatturano quasi il triplo delle altre 700 squadre europee di prima divisione. Il calcio è perfettamente allineato a quel che succede nel mondo, e che dovremmo tenere a mente: l’1% della popolazione possiede una ricchezza superiore a quella del restante 99%, la metà della ricchezza mondiale è in mano a 62 persone. C’è poco da gingillarsi, finché i numeri saranno questi ogni discorso su uguaglianza e giustizia sarà fuori luogo. Sul luogo (il teatro San Carlo a Napoli) più o meno adatto ad ospitare uno spettacolo su, per e con Maradona, molte discussioni. Accadrà domani e non ci vedo nulla di scandaloso o di sbagliato. Già il titolo scelto da Alessandro Siani, “Tre volte 10”, spiega tutto: trent’anni dallo scudetto. Uno scudetto che ha tante firme, ma la più grossa è di Maradona. Lo ha vinto da napoletano, non da argentino pagato dal Napoli. Ed è per questa identificazione, che resta viva a trent’anni di distanza, è per la forza della gratitudine e della memoria (altro che scurdammoce ‘o passato: il contrario) che Maradona nel cosiddetto tempio del San Carlo merita di starci. Intellettuali pro, intellettuali contro. Mi sembrano improprie e stucchevoli le distinzioni tra cultura alta e cultura bassa. Sarà una bella festa, spero. Non mi preoccupa la presenza di Maradona, semmai quella del sindaco de Magistris che ogni tanto parla a capocchia. Mi rassicura quella di Maurizio De Giovanni, che ha dedicato l’ultimo suo libro (“Pane”) a Ed McBain. Se c’è qualcosa che somiglia all’87° distretto, nella nostra narrativa, è la squadra dei Bastardi di Pizzofalcone, ora anche in tv: Lojacono è molto diverso da Steve Carella e Napoli, come sfondo non solo paesaggistico, è diversa da tutto.
Un altro numero 10: Messi. C’entra di sfuggita, il personaggio principale è Pere Gratacòs, stipendiato dal Barcellona come responsabile delle relazioni istituzionali con la federcalcio. Fino a venerdì non era popolarissimo, da ieri sì (una pagina sul Pais). Aveva detto in pubblico: «Messi è sicuramente il migliore. Ma senza Iniesta, Neymar e Piqué non sarebbe così forte». Destituito. Ma non era una frase offensiva, tanto più pensando al rendimento di Messi con l’Argentina. Tanto è bastato al presidente Bartomeu per farlo fuori. Al Cagliari è servito qualche mese in più per liberarsi di Storari. Che a 40 anni passa al Milan in prestito, mentre il Milan dà Gabriel (24 anni) in prestito al Cagliari. Storari, uno di quei calciatori che “fanno spogliatoio”, professionista molto serio, ha salutato con un post sul suo sito i tifosi e li ha ringraziati. Conclude così: «Avrei preferito un addio diverso ma non sempre si può decidere e non sempre le cose vanno come dovrebbero andare». S’era capito già in settembre che il vino andava in aceto. Dopo il 3-0 con l’Atalanta, con Storari squalificato e oggetto di cori insultanti, gli ultrà della curva Nord avevano distribuito un volantino in cui si chiedeva che il “mercenario” Storari non scendesse più in campo con la fascia da capitano. Non chiara la definizione di mercenario, per un calciatore che, vista l’età, di maglie ne ha cambiate: Ladispoli, Perugia, Montevarchi, Ancona, Napoli, Messina, Milan, Levante, Cagliari, Fiorentina, ancora Milan, Sampdoria, Juve, Cagliari e per la terza volta Milan. Dopo quattro mesi l’ostracismo è completo: mai più capitano (fascia a Sau) e via da Cagliari. Voto a Storari 7,5. Quanto al presidente Giulini, è da poco nell’ambiente e non è bello infierire (3,5). Ma una società che si lascia imporre la scelta del capitano, gli arrivi e le partenze è una società debole.
Forte, oltre la frontiera di Ventimiglia, è l’aiuto ai migranti. In sei paesi (Tenda, Briga, Saorge, Fontan, Sospel, Breil-sur-Roya) i residenti li ospitano, danno cibo, vestiti, passaggi in auto, anche se con la legge Sarkozy rischiano 35mila euro di multa e 5 anni di galera, previsti “per chi agevola l’ingresso o la circolazione di immigrati irregolari”. Un bel servizio di due pagine era su Repubblica, venerdì. E lo fanno a faccia scoperta, non hanno paura di farsi fotografare Teresa, Simon, Isabelle, Gibì. «L’umanità non è un delitto», dice Isabelle. No, non ancora. Qui un secolo fa ospitavano gli italiani che andavano a lavorare a Nizza, a Marsiglia. E Torino ricambiò nel dopoguerra. Altri tempi. In questi, chi è generoso con chi sta peggio è equiparato a uno scafista. Ancora memoria: a Cavalese (Trento) una scuola superiore si chiama La rosa bianca e ricorda il gruppo di studenti che invitava alla resistenza passiva contro Hitler. Tutti non violenti. Tutti decapitati. La più coraggiosa fu Sophie Scholl, torturata quattro giorni dalla Gestapo ma non rivelò nessun nome dei compagni. Questa scuola giovedì intitolerà il palazzetto dello sport ad Arpad Weisz, allenatore di Ambrosiana e Bologna, morto con moglie e due figli nei campi di concentramento. Finché c’è memoria c’è speranza.