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 2017  gennaio 15 Domenica calendario

Il mondo di Trump

NEW YORK Rivoluzione copernicana. Il mondo di Trump è un capovolgimento di prospettive e strategie, una rotazione a 180 gradi rispetto a Barack Obama. La Russia al posto della Cina come partner indispensabile. Gli anti-europei come interlocutori privilegiati sul Vecchio continente. Patto di ferro con Israele. Pugno duro su Iran e Cuba. Il vero ostacolo da superare per questo ribaltamento è all’interno del partito repubblicano dove la destra classica non è certo filo- russa. Ma la politica estera è il terreno “sovrano” del presidente, dove subisce meno condizionamenti. C’è anche il cambiamento radicale nello stile: come si è visto su Cina-Taiwan, il neo-presidente può provocare un terremoto internazionale con un solo tweet. Nel caso di un presidente degli Stati Uniti si può adattare il detto di Marshall McLuhan («il medium è il messaggio»), nella sua proiezione internazionale «lo stile è sostanza». Quanto Trump sia deciso a stravolgere l’eredità obamiana, lo conferma lui stesso in un’intervista al Wall Street Journal dedicata alla politica estera. Non ci sono novità rispetto ad altre sue prese di posizione, ma questa è di per sé una notizia: gli scandali multipli sugli hacker russi e le incursioni ordinate da Vladimir Putin non lo hanno scosso né smosso. Insieme all’intervista, arriva la notizia che a fine dicembre il suo consigliere per la sicurezza nazionale, il generale Michael Flynn, ha scambiato sms e telefonate con l’ambasciatore russo a Washington, Sergei Kislyak, proprio mentre Obama varava le ultime sanzioni alla Russia per punirla delle ingerenze nella campagna elettorale. Dunque la squadra Trump, anche nella sua componente militare, manovra alle spalle di Obama per rassicurare Putin.
Dalla Russia quindi bisogna partire. Trump vuole instaurare un rapporto proficuo con Putin ed è disposto a rinunciare alle sanzioni. Unica concessione formale a Obama: le sue sanzioni resteranno in vigore «almeno per un periodo di tempo». In fondo, a un negoziatore nato come Trump fa pure comodo averle in tasca, come elemento di scambio in una trattativa con Putin. Dal quale lui si aspetta anzitutto un contributo nella battaglia contro il terrorismo islamico, in Siria e altrove. A quel punto, è la domanda retorica che si pone Trump, se con Putin «si va d’accordo e la Russia aiuta davvero, perché mai avere delle sanzioni contro qualcuno che fa cose ottime?». Una levata delle sanzioni spianerebbe la strada al ritorno della Russia in un redivivo G8. Un successo d’immagine per Putin, che dopo essere stato messo in castigo rientrerebbe dalla porta maestra nel club dei grandi.
L’esatto contrario con la Cina. La rivoluzione copernicana non è solo rispetto all’era Obama, ma rispetto a 40 anni di politica estera americana. È negli anni Settanta che il viaggio di Richard Nixon e Henry Kissinger in Cina, il disgelo con Mao Zedong, inaugura un’era in cui l’America “gioca la carta cinese contro Mosca”, si avvicina alla Repubblica Popolare per indebolire il blocco sovietico. I passi successivi saranno balzi da gigante quando nel 2001 la Cina entrerà nel Wto, cooptata dagli americani nel commercio globale. Per Trump non esistono dogmi. Come già dimostrò accettando la telefonata della presidente di Taiwan, lui rimette in discussione perfino il principio che esiste “una sola Cina”, quella di Pechino, un assioma che consentì il ristabilimento delle relazioni diplomatiche fra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare nel 1979. Tutto torna ad essere negoziabile, fungibile. Al centro della questione cinese c’è l’aspetto economico. Trump accusa Pechino di concorrenza sleale in particolare attraverso la manipolazione del renminbi, la svalutazione competitiva. Ci sono gli estremi di una guerra commerciale perché se il Tesoro Usa denuncia formalmente la “manipolazione valutaria”, può far scattare ritorsioni immediate e pesanti.
L’Europa non è in cima ai pensieri di Trump se non in chiave negativa. La Nato costa troppo al contribuente americano, se gli europei vogliono una difesa efficiente se la paghino. La simpatia verso i populisti anti-euro è istintiva per Trump che suggerì a Londra di nominare Farage come ambasciatore negli Usa. Theresa May potrebbe essere il primo leader europeo invitato a Washington nel nuovo corso. In Francia sia una vittoria di Marine Le Pen che di François Fillon possono andar bene a Trump.
Il Medio Oriente è un altro specchio rovesciato rispetto a Obama: via libera agli insediamenti dei coloni israeliani nei territori palestinesi, le scelte del prediletto Benjamin Netanyahu non si discutono. L’eventuale spostamento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme sarebbe un gesto clamoroso, uno schiaffo a tutto il mondo arabo. L’accordo con l’Iran sul nucleare «è pessimo» secondo Trump, ma stracciarlo è complicato essendo multilaterale (lo firmò anche Putin): la nuova Cia diretta da Mike Pompeo potrebbe però fare una vigilanza implacabile sul rispetto di tutte le clausole, pronta a denunciare ogni infrazione.