Corriere della Sera, 15 gennaio 2017
Bisogna scongelare il risparmio degli italiani
Comincia a circolare il sospetto che gli italiani mal sopportino la sovrabbondanza di dati che ci vene quotidianamente messa a disposizione sui più importanti problemi del Paese, con ricorrente dovizia di tabelle e di infografiche.
Per carità, una società difficile come la nostra ha un profondo bisogno dei dati necessari per conoscere se stessa, ma forse il troppo distorce e ci stanca. Basterebbe, ad esempio, domandare ad un qualsiasi cittadino quale idea si stia facendo sulla nostra ripresa a fronte della valanga di dati mondiali, europei, nazionali che da otto anni con cadenze annuali, semestrali, mensili segnalano scarti di pochi decimali di Pil, e confermare una società dello «zero virgola». Forse alla fine egli propenderà a non tenerne conto e restare ad una conclusione «ad occhio» (una bestemmia per chi fa il mio mestiere): che «continuiamo ad andare male». E la stessa propensione psichica la si può ritrovare rispetto alla selva di dati sul mercato del lavoro, sulla disoccupazione, sugli occupati stabilizzati, sui precari, sugli utilizzatori di voucher, sui disoccupati di diverso tipo (di genere e di età), sugli inattivi, sui giovani che né studiano né lavorano, sui dimenticati del Sud. Alla fine è probabile che anche qui vinca la semplificata valutazione ad occhio che «le cose vanno male».
Si potrebbe dire che troppi dati alla fine non fanno coscienza collettiva, ma finiscono nel fumo caldo delle polemiche giornaliere. Mentre nella realtà stanno diventando centrali due fenomeni su cui siamo molto poveri di dati, tabelle e slides, ma che sono decisivi per il futuro e il governo del Paese. Sono, da un lato, la ri-esplosione dell’economia sommersa e, dall’altro, una crescente ricchezza patrimoniale che però non si traduce in nuovi investimenti e nuova dinamica economica. Se il Paese «regge» lo dobbiamo a questi due fenomeni, molto vitali e diffusi, ma che sfuggono alla tecnicalità delle misurazioni quantitative.
Se guardiamo («ad occhio») al primo di essi vediamo facilmente quanta vita collettiva sia gestita con lavoro non regolamentato: nelle attività domestiche, nella manutenzione di case e giardini, nei servizi alle persone, negli eventi collettivi, nella cura del corpo, negli impegni sportivi, nel welfare privatizzato, nella distribuzione logistica, nel grande mondo dei servizi informatici, nell’articolazione dell’offerta turistica. Il sommerso è aria che respiriamo giornalmente e non c’è italiano che entrando in uno dei mondi indicati non si sia sentito richiedere o imporre un pagamento cash: il termine è diventato il simbolo del sommerso italiano, una realtà che appare sempre più irriducibile ad una valutazione complessiva. E dove scontiamo anche una carente cultura politica, dopo il coraggio di Treu venti anni fa e di Biagi dieci anni fa: vincono la propensione al lasciar fare o la illusione ad una restaurazione a vocazione fordista.
Ancora meno cultura politica abbiamo sul secondo dei fenomeni su cui si regge l’Italia oggi: la crescita esponenziale del risparmio, del patrimonio delle famiglie e della sua messa a reddito. Vediamo ad occhio quanto denaro vada sui conti correnti bancari, sui depositi postali, sulle polizze assicurative, sui titoli di Stato, sui fondi gestione, sull’acquisto di immobili residenziali, e addirittura quanto stia crescendo il risparmio cash (tenuto magari in cassetta di sicurezza). Siamo forse il Paese occidentale con il più alto indice di patrimonializzazione finanziaria e immobiliare; ma non ci son dati, tabelle, indicatori e grafiche informative che permettano di avere un quadro complessivo del fenomeno e la consapevolezza della sua staticità. E di conseguenza non crescono ipotesi e politiche volte a scongelare questo enorme risparmio «inagito». Si lascia tutto allo spontaneismo dei singoli e delle famiglie: chi ha risparmio e/o patrimonio «li mette a reddito» e li accresce ulteriormente, in un primato dalla rendita che aumenta fatalmente le distanze sociali; ad esempio, quella tanto citata fra vecchi e giovani forse deriva dal fatto che i primi hanno un patrimonio da mettere a reddito, mentre i secondi al massimo possono aiutare a gestirlo o aspettare di ereditarlo.
Una volta, quando eravamo giovani, l’azione di sviluppo si muoveva o per linee verticali (le politiche di settore) o per linee orizzontali (le politiche sui fattori). Poi siamo diventati tutti spettatori di troppi dati macro. Oggi che siamo diventati anziani, dovremmo tornare a lavorare su quelle due dimensioni. Sulle linee orizzontali il sistema ha la sua saldezza di base nella rudimentale potenza del sommerso e nella ambigua dovizia del patrimonio e del risparmio; dovremmo solo aggiungere un po’ di politiche settoriali, concentrate sulle quattro filiere in cui siamo protagonisti mondiali (la filiera del made in Italy, quella del lusso; quella enogastronomica ed alimentare; quella della produzione di macchinari industriali, quella del turismo). E con un combinato disposto di motori insieme verticali ed orizzontali potremmo alla fine anche dare ragione ad un grande banchiere di scuola francese che ha recentemente rilevato (ad occhio?) che siamo un grande e forte Paese.