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 2017  gennaio 15 Domenica calendario

Da Frank Sinatra a Kanye West. I volti dell’«estetica trumpiana»

John F. Kennedy non aveva mai amato i cappelli: uno degli effetti collaterali della sua elezione – e della sua straordinaria influenza sul costume americano – fu una grave crisi dei cappellai americani (è del 1994 la monografia storica sul tema: «Hatless Jack: The President, the Fedora, and the History of American Style»). L’era di JFK – soltanto mille giorni – si è chiusa più di mezzo secolo fa ma il suo stile è ancora di riferimento e ampiamente saccheggiato dalla moda del 2017 – gli abiti scuri un po’ attillati e le cravatte strette, il sigaro, il ciuffo e la nuca rasata, le camicie di tela Oxford, il daiquiri come aperitivo, i Ray-Ban e le polo e i pantaloni kaki in barca a Cape Cod.
Venerdì prossimo, un altro uomo bravissimo nella gestione mediatica del proprio «brand» e molto ricco diventerà presidente degli Stati Uniti. Ma quale effetto avrà lo stile Trump sull’America? Il Financial Times, ottimisticamente – d’altronde il quotidiano della City non può non nutrire profondissimo rispetto per l’uomo che con un semplice tweet di minacce alla Toyota ne ha affondato il titolo in Borsa in poco più di 4 minuti – ha scritto ieri che l’estetica di Trump è una «miscela di Sinatra, campioni dello sport e reality show». Un modo educatamente inglese di indicare l’inedito coefficiente di volgarità che è destinato a irradiarsi dalla Casa Bianca per i prossimi quattro/otto anni.
Lo stile Trump è fortemente incentrato sulla sua città, New York, che ha reso ricco il padre palazzinaro del quale lui ha raccolto brillantemente l’eredità (gli ultimi due presidenti americani provenienti dallo Stato di New York furono sì altri due milionari, i cugini Theodore e Franklin Roosevelt, ma si fatica a trovare punti di contatto con il rigoroso ethos calvinista dei Roosevelt, e le sobrie magioni di Oyster Bay e Hyde Park). La New York di Trump è quella dei grattacieli, dell’«arte di fare affari» alla quale ha dedicato la sua autobiografia (edita in Italia da Sperling & Kupfer), degli interventi al programma radiofonico a base di parolacce del dj Howard Stern, dei casinò a Las Vegas e Atlantic City, dei concorsi di bellezza con quel logo onnipresente, «Trump» tutto maiuscolo (anche sulle bottigliette d’acqua fotografate sul tavolo della sala conferenze dove, nelle ultime settimane, ha ricevuto politici e imprenditori e candidati a un posto nel suo governo).
Ronald Reagan fu la prima «celebrity» a diventare presidente e il primo divorziato, ma doveva la fama a radio e cinema e non a un reality show; Reagan portò lo stile «Beverly Hills» a Washington dopo una serie di presidenti dal look anonimo (Nixon, Ford, Carter) o inguardabile (il texano Johnson con i cappelloni Stetson da cowboy, le cravatte di cuoio da vaccaro e i pantaloni dal cavallo bassissimo e dalla vita ascellare). Reagan vestiva begli abiti di lino d’estate, colori chiari, e osava giacche sportive a quadri. Trump ha archiviato i gessati da gangster e le cravatte multicolore a motivi paisley che amava in gioventù limitandosi ad abiti antracite, nero o blu notte con camicia bianca e cravatta rossa o blu monocolore. Testimoniano la bravura di Brioni nel camuffarne la stazza (1,91 m per 107 kg) che emerge appena lo si vede vestito da golfista, sport che ama.
Le passioni di Trump – un amico mezzobusto della Fox News lo ha definito «miliardario dai gusti operai» – sono quelle del suo elettorato conservatore e bianco: il football (è amatissimo da allenatori della NFL e da campioni come Tom Brady, Tim Tebow, Ben Roethlisberger), mentre il basket della Nba vede una maggioranza di giocatori afroamericani che, come da statistica, non lo ama (Trump ha preso soltanto l’8% dei voti dei neri).
Però il rapper Kanye West, a sorpresa, ha ammesso che avrebbe votato per lui se fosse andato alle urne. D’altronde è il marito di Kim Kardashian, star dei reality come Trump. Che magari un giorno potrebbe candidarsi alla Casa Bianca, chissà. Di sicuro quando Trump annunciò la sua candidatura, durante un seguitissimo talk show politico tutti risero. Il video è disponibile ai posteri su YouTube, cliccatissimo, probabilmente anche da Trump in persona.