La Stampa, 13 gennaio 2017
Ecco il conto salato del salva-banche: una voragine che sfiora i 6 miliardi
Banche Marche, Etruria e Carichieti sono un affare. Almeno per Ubi Banca. Per tutti gli altri – banche, risparmiatori, correntisti e Stato – è una voragine che ha inghiottito quasi sei miliardi. Con la proposta vincolante di Ubi per le tre banche – che dovrà adesso ottenere il via libera da Bankitalia, mentre Carife verrà venduta separatamente – è possibile tracciare un bilancio della risoluzione decisa dal governo il 22 novembre del 2015. Fatti tutti i conti, il Fondo di risoluzione spenderà 4,3 miliardi.
Il Fondo deve le sue risorse ai contributi obbligatori del sistema bancario, ovvero di tutte le banche. Al momento della risoluzione, impegnò 3,7 miliardi. 1,7 servirono per coprire il deficit della cessione delle attività delle vecchie banche in risoluzione alle nuove. Altri 1,8 miliardi per capitalizzare gli istituti neonati e 136 milioni per capitalizzare Rev spa, il veicolo che sta gestendo le sofferenze delle 4 vecchie banche. Prima di vendere le tre banche a Ubi il Fondo dovrà però tirare fuori altri soldi: 450 milioni di euro per ricapitalizzarle ancora e passarle al compratore del tutto pulite e ben capitalizzate. Manca ancora il conto di CariFerrara. Basandosi sulle indiscrezioni e sulla precedente ricapitalizzazione, è ragionevole stimare che avrà bisogno di circa 150 milioni di euro. Tutti a carico del sistema bancario: denaro che, nel caso di qualche istituto (Banco Popolare, Unicredit e la stessa Ubi), è stato scaricato sui correntisti in forma di maggiori spese per il conto corrente. Ai soldi spesi dalle banche andrebbero aggiunti i 788 di euro di obbligazioni subordinate delle 4 banche azzerate.
Siamo oltre i 5 miliardi e non è finita. L’operazione annunciata da Ubi prevede infatti che l’istituto guidato da Victor Massiah possa usufruire dei crediti fiscali (Dta) accumulati dalle tre banche. Almeno altri 600 milioni che l’istituto lombardo detrarrà dalle tasse malgrado preveda di macinare profitti (ieri, annunciata l’operazione, ha alzato di target di utile stimato adesso a 1,2 miliardi nel 2020). In parte (il 10% fino a 60 milioni, l’80% oltre) verrano girati al Fondo di risoluzione. Che così incasserà almeno qualche decina di milioni invece del nulla assoluto.
Ma c’è dell’altro: il miliardo di avviamento negativo riconosciuto alle good banks con l’operazione di Ubi. Si tratta di ancora una volta di crediti fiscali, circa 350 milioni. Totale per le casse dello Stato 950 milioni circa di minori introiti, considerando che si tratta nel primo caso di crediti maturati per perdite fatte da altri (le good banks) e godute da un istituto (Ubi) che ha una consolidata tradizione di utili e dividendi. E nel secondo di un avviamento negativo per una cifra considerevole che Ubi potrà scalare a fronte del salvataggio. Poi ci sarebbero i costi indiretti, derivanti dalla crisi di fiducia sul sistema bancario innescata dalla risoluzione. Fuga di depositi e crollo dei titoli ne sono state le manifestazioni più esteriori, ma i danni sono di difficile quantificazione. Tutto innescato da 4 banche che valevano allora meno dell’1% del sistema bancario nazionale.
«Non è un salvataggio, ma un vero e proprio deal», ha detto Massiah. Dal suo punto di vista, ha pienamente ragione e la reazione della Borsa (+10% ieri il titolo Ubi) ne è la prova. Ma solo dal suo punto di vista.