La Stampa, 13 gennaio 2017
Ferrara, un massacro pianificato da mesi
Quando gli dicono che l’amico ha già confessato R. ha un gesto di rabbia: «Ma cosa ha fatto...». Ci vorranno ore e ore di interrogatori, gli ultimi ancora ieri, perché R. e M., 33 anni in due, capiscano l’enormità del loro gesto. R. che ha fatto uccidere i genitori nella villetta di Pontelangorino non piange non si dispera ma rimane chiuso in silenzio. M. che ha impugnato l’ascia è più fragile anche se ha un anno di più. Quando il magistrato dei minori di Bologna Silvia Marzocchi gli fa capire che da una piena collaborazione può cambiare molto in Tribunale M. scoppia in lacrime: «Ma di quale futuro parliamo?».
Quello che colpisce chi li ha visti è il distacco con cui raccontano di quella notte. Spiegata come se fosse un videogioco, come la partita alla PlayStation che gli ha impegnati dopo il massacro. A verbale dicono solo: «Non dovevamo farlo». R. spiega che lui non se l’è sentita di colpire con l’ascia: «Li volevo morti ma non potevo farlo io, erano i miei genitori...». M. racconta dell’accanimento, tre colpi d’ascia all’uomo, sei alla donna: «Non volevano morire...». Ma non basta un verbale per spiegare perché sono arrivati fino a quel punto. A sterminare nel sonno Salvatore Vincelli di 60 anni e sua moglie Nunzia Di Gianni di 45, colpevoli di essere genitori premurosi alle prese con un figlio svogliato a scuola, interessato solo ai videogiochi e alle corse in scooter, alla canna da farsi con gli amici. R. che ha convinto M. con 80 euro e la promessa di dargliene presto altri 1000.
Gloria Bacca l’avvocato che difende R. non riesce a capacitarsi di quello che ha fatto questo ragazzone di 1 metro e 70 con lo scooter e i soldi in tasca che non gli mancavano: «Siamo di fronte a problemi adolescenziali trattati in modo non adeguato. R. è preda di violenti blocchi emotivi. Ha un grande bisogno di una mano». Nessuno dei due è ancora in carcere. Fino alla convalida dell’arresto rimarranno nelle celle del Tribunale dei Minori di Bologna separati e guardati a vista 24 ore al giorno. Il cappellano di conforto se ce ne fosse bisogno. Gli investigatori a cui raccontare tutto un’altra volta nell’ennesimo verbale.
Decidono di passare all’azione lunedì che sono le 7 di sera. Giurano di non aver bevuto, fumato uno spinello o tirato un po’ di cocaina per farsi coraggio. Non c’era bisogno. Ne parlavano da mesi. Da quando le liti in famiglia erano diventate più frequenti. M. oltre che di compiere materialmente l’omicidio si era occupato della logistica. La Opel Corsa di famiglia doveva servire a far sparire i corpi, ma sono troppo pesanti. L’auto con i sedili dietro abbassati rimane a lato della villetta anche dopo gli omicidi. È quasi la loro firma. Uno dei tanti elementi che serviranno ad incastrarli. Quando decidono di collaborare raccontano tutto. Anche del borsone nel torrente con le corde per legare i corpi a un masso e affondarli nell’acqua. I sacchetti sulla testa a simulare una improbabile rapina. Un piano talmente elementare che ai carabinieri bastano due minuti per smontarlo. Che potessero farla franca ci crede solo R.. Quando gli dicono che l’amico ha confessato ha un moto di stizza ma poi si convince: «Va bene allora confesso anch’io».