Corriere della Sera, 13 gennaio 2017
Svindal, rischi e cadute choc. «Com’è difficile essere il numero uno dello sci»
La sintesi più corretta della carriera di Aksel Lund Svindal secondo noi è: com’è difficile essere un campione. «A volte lo penso anch’io: ho rischiato la vita a Beaver Creek, poi mi sono rotto un tendine d’Achille e l’anno scorso, a Kitzbuehel, mi sono sfasciato il ginocchio destro mentre ero in una delle mie migliori stagioni. E cito solo i tre principali infortuni che ho avuto». Questo vuol dire che si è stancato dello sci e dei suoi rischi? «Purtroppo, o per fortuna, dico di no. Amo sempre il mio sport, ma mi rendo conto che un po’ per l’età e un po’ per quello che ho passato, resistere a un certo livello è sempre più difficile: ogni giorno è una competizione, soprattutto con me stesso e con il fisico».
Come Amintore Fanfani per Indro Montanelli lo era nella politica, Svindal è il «signor rieccolo» delle nevi. In questa stagione lo è stato addirittura due volte. All’inizio quando, con fatica, ha ripreso il suo posto nella Norvegia. La seconda adesso, con la discesa di Wengen che lo vedrà al via dopo la cesura che il corazziere «norge» aveva deciso di dare dopo le prove in Val Gardena (e la vittoria in libera scippatagli in extremis dall’austriaco Franz). «Ho sentito una fitta al ginocchio, il mio corpo mi ha parlato e gli ho dato retta: meglio fermarsi. Sono stato anche fortunato: la discesa di Santa Caterina è stata poi cancellata per il vento; anche a Wengen si rischiano problemi meteo, ma per la neve. Speriamo bene».
Alla peggio, però, ci sarà Kitz, subito dopo. E Aksel Lund non ha problemi ad ammettere che sarà una gara speciale: «Certo che penserò all’anno scorso. Non è possibile non ricordare. E dovrò gestire bene le emozioni: non devo né badarci troppo, perché sennò non andrei forte, né far finta che nulla sia successo, perché allora sarei un robot. La mente nello sport è tutto: sì, troverò un modo per andare avanti e superare pure questo ostacolo». Tra le sue riflessioni, comunque, non ci sarà l’idea che Peter Fill ha avuto una botta di fortuna grazie al suo incidente: diversamente, chi mai avrebbe tolto la coppa di specialità al norvegese? «Non ho mai pensato che Peter ha preso un trofeo non suo. È vero, avevo un margine enorme e ho rischiato di vincere la coppa anche senza più sciare. Ma lui è stato bravo a crederci e a mettersi nelle condizioni di sorpassarmi».
Piuttosto, uno Svindal così dominante lo vedremo ancora? La risposta è un mix di orgoglio e dubbi: «Parto dalla coda. Al Mondiale non vedo superfavoriti. Può farcela Paris, per dire, che vedo in crescita dopo un inizio contratto. Ma scommettete su noi norvegesi: dicono che siamo una potenza dello sci, invece siamo una squadra piccola che sa battere i grandi. Jansrud e Kilde saranno i leader, io conto di essere la terza punta: vorrei combattere per il podio. Ma non sarà facile. Quest’estate, negli allenamenti in Cile potevo fare poco. A ottobre ero addirittura al livello zero: pensavo di non farcela. Poi le cose sono migliorate e ho ripreso fiducia: ma non avrei mai immaginato i due podi (secondo in SuperG, terzo in discesa, ndr) di Val d’Isère».
È una sfida difficile («Sono un perfezionista e uno che ama allenarsi, ma ho potuto lavorare poco»), però non è la più complicata: «La più dura rimane il dopo-Beaver Creek, nel novembre 2007: quello di un anno fa è stato un infortunio di gara; nove anni fa, invece, è stato un infortunio legato a un incidente. Il mio sbaglio, la caduta terribile, la lamina che mi squarcia una coscia: è diverso». Anche per questo motivo si immedesima, e si sente legato, a Bode Miller e alla sua sfida di rientrare dopo un grave incidente (ma anche dopo una contesa legale con la Head): «Sono sicuro che l’anno prossimo tornerà. E aspettatelo competitivo in alcune piste, magari quelle olimpiche». Con Svindal a sfidarlo? «Non lo so ancora. Tra il voler esserci e il partecipare per davvero c’è di mezzo una sola cosa: poter essere lo sciatore che conoscete. Oggi non so pronosticarlo».