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 2017  gennaio 13 Venerdì calendario

Etruria & C cedute a 1 euro ma ci costano 6 miliardi

La vicenda Monte dei paschi di Siena, che peserà sulle casse dello Stato per almeno 6 miliardi e mezzo di euro, ha un po’ ridimensionato l’attenzione sul caso Etruria, Marche e Chieti. Ovvero tre delle cosiddette banchette salvate a spese dei clienti nel novembre del 2015 e vendute ieri a Ubibanca, uno dei gruppi più in salute del Paese. L’istituto guidato da Victor Massiah non è mai stato troppo convinto di ingoiare il boccone «good bank», che poi troppo «good» non dovevano essere (almeno in partenza) visto che, alla fine, se le porta con una cifra simbolica: 1 euro. L’ok finale di Massiah è arrivato solo dopo mesi di faticose trattative e dopo aver preteso, a esempio, la pulizia finale dei conti grazie alla quale i tre istituti risanati si libereranno di 2,2 miliardi di sofferenze (ov-
vero crediti in perdita) e di
altri 500 milioni di prestiti
non rimborsati. Come contropartita, la banca acqui-
rente dovrà portare a ter-
mine un aumento di capi-
tale, in modo da creare ba-
si più solide: lo impone la dimensione e le regole eu-
ropee sui requisiti patrimo-
niali. Tutto questo per conquistare nuove migliaia di clienti e un giro d’affari di 15,5 miliardi di prestiti e 18,5 miliardi di raccolta (per lo più conti correnti). Per Ubi la faccenda si è trasformata in un affare o, almeno, questo è il parere dei mercati visto che ieri il titolo dell’istituto ha fatto un balzo del 9%, sul listino di piazza Affari, raggiungendo quota 3,088 euro. 
Eppure, la scorsa primavera erano state ritenute ridicole le (pochissime) offerte messe sul piatto da alcuni investitori, fondi stranieri. Si era parlato di 4-500 milioni e sembravano cifre scandalosamente basse. Si diceva che sarebbe stata ritenuta congrua una proposta attorno a 1,5-1,6 miliardi, valore fissato come obiettivo minimo. Di qui la proroga dell’«asta», chiesta e ottenuta non senza fatica dall’Unione europea. A distanza di 8 mesi, le tre banche vengono quasi regalate. Cosa è successo? È l’ennesimo scandalo bancario che prima o poi dovrà essere chiarito fino in fondo. 
In attesa di capire anche la sorte della quarta banca fallita e poi presa per i capelli dalla Banca d’Italia 14 mesi fa (ovvero CariFerrara che potrebbe finire in mano alla Popolare dell’Emilia Romagna), vale la pena, intanto, fare il conto finale di questa scellerata operazione. Che, complessivamente, a voler sommare tutte le voci di costo, raggiunge la bellezza di 6 miliardi, per la quasi totalità scaricati sulla testa dei correntisti italiani e sulle banche «sane». Andiamo con ordine. Vanno anzitutto conteggiati gli 1,4 miliardi di contributi versati al fondo di risoluzione di Bankitalia, quello che ha gestito il risanamento e il fallimento pilotato. Poi ci sono altri 1,6 miliardi pari al finanziamento «ponte» erogato da Intesa, Unicredit e la stessa Ubi subito dopo il salvataggio per consentire alle «good bank» di avere un po’ di liquidità per l’operatività ordinaria. Altri 250 milioni sono i quattrini sborsati per i primi rimborsi delle obbligazioni subordinate divenuta carta straccia col crac. E ancora, i 2,3 miliardi versati dagli istituti al fondo interbancario di tutela dei depositi, per finire coi 450 milioni di aumento di capitale, coperto dal fondo di risoluzione, per Etruria, Marche, Chieti (altri 400 li mette Ubi). 
Si tratta di denaro pagato per lo più dalla massa di correntisti italiani. Lo scorso anno, parecchie banche, per recuperare i costi straordinari, hanno cominciato a incrementare le commissioni sui conti correnti. Qualcuno lo ha fatto alla luce del sole, altri in maniera un po’ furbesca e assai poco trasparente. Il risultato finale è stato il giro di vite sui clienti (e non è una novità). A novembre 2015, il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, disse che i salvataggi bancari erano una «legnata». Col tempo si è capito un po’ meglio in testa a chi è finito il colpo. Ma tant’è. La faccenda è sostanzialmente chiusa, anche se dietro l’angolo ci sono altre crisi bancarie capaci di scuotere il settore. Non a caso, il governo di Paolo Gentiloni ha esordito creando un fondo da 20 miliardi per gestire il crac di Mps e altre, eventuali emergenze. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha dichiarato che su Ubibanca è «ottimista». Lo aveva detto anche per l’aumento di capitale del Monte paschi... E vista come è andata a finire per Rocca Salimbeni, ieri, al quartier generale di Ubi, avranno fatto gesti apotropaici.