La Repubblica, 12 gennaio 2017
L’amaca di Michele Serra
DA DOMANI (venerdì 13…) l’Amaca trasloca in prima pagina. Temo si tratti di una specie di promozione, che mi coglie come l’imboscato (me ne stavo così tranquillo, qui nel mio vecchio ufficetto) costretto a nuova visibilità, e conseguenti responsabilità. Avrei preferito di no, come l’impiegato Bartleby, ma ho risposto di sì, perché questo è anche un lavoro, e i lavori bisogna farli fino in fondo. L’importante sarà, voi lettori e me, non dare troppo peso alla nuova sede, e proseguire la stessa conversazione iniziata ormai una quindicina di anni fa. Niente di solenne e di sentenzioso, i pensieri di ogni giorno, impegnativi solo quando è proprio inevitabile, spesso minimi, spesso divaganti. Tristi o allegri a seconda dell’umore.
Ancora non so bene – dopo quarant’anni che lo faccio – che cosa significhi veramente scrivere. Nel dubbio, tanto vale cercare di farlo bene. Che non vuol dire necessariamente avere ragione; vuol dire cercare di usare con cura le parole anche quando si ha torto. Non che le parole siano un feticcio: si tratta solamente, dopotutto, di una sequenza di segnetti. Ma rispettandole sento di rispettare, in una botta sola, me che scrivo e voi che mi leggete. A domani, dunque. Nessuno si metta la cravatta.