la Repubblica, 12 gennaio 2017
Lucido e spazzole contro la crisi, tornano gli sciuscià
PALERMO Negli anni Sessanta e Settanta si guadagnavano fino a 400 lire lucidando una dozzina di paia di scarpe al giorno: via la polvere anzitutto, poi toccava alla pomata e infine alle due spazzole che contemporaneamente ripulivano le calzature, mentre il cliente, assiso sul trono da strada, quasi sempre leggeva il giornale. Poi arrivarono le scarpe da tennis e pian piano, a partire dagli anni Ottanta, uno dopo l’altro i lustrascarpe sparirono dalle strade delle città. Oggi di “sciuscià”, dall’inglese shoeshine, il lustrascarpe del quale chiedevano gli americani sbarcati in Italia nel 1943, ne restano più o meno una ventina in tutta Italia, qualcuno a Roma, qualcuno a Napoli, due in Sicilia, a Caltanissetta.
«Perché non farli rivivere a Palermo?», si è chiesta l’associazione Confartigianato, che ieri ha annunciato la nascita di una cooperativa con l’obiettivo di creare dieci postazioni per i lustrascarpe nelle strade più affollate del centro. «Un’occasione per i disoccupati, che saranno formati gratuitamente da un calzolaio», dice Nunzio Reina, presidente di Confartigianato Palermo che ha diffuso un indirizzo mail (presidente@confartigianatopalermo. com) per raccogliere le candidature. «Recuperiamo una tradizione che può essere redditizia», aggiunge.
A Palermo, dei lustrascarpe non c’è più traccia. L’ultimo ha lasciato piazza Politeama, in centro, alla fine degli anni Ottanta. Ma negli anni Sessanta di “sciuscià” ce n’erano almeno una decina. Nella piazza del mercato storico del Capo, gli anziani ricordano quando, nel dopoguerra, si mettevano in fila la domenica mattina per farsi lucidare le scarpe a 10 lire. Prezzi da rione.
Il mestiere si tramandava di padre in figlio. Vincenzo Bartolotta ha lucidato scarpe per cinquant’anni, tra via Roma e piazza Borsa, nel cuore del centro oggi recuperato. A sentire la sua storia narrata dal figlio Giuseppe, 66 anni, sembra di rivivere le atmosfere neorealiste raccontate da Vittorio De Sica nel 1946 col film Sciuscià. «Mio papà e mio zio ereditarono il mestiere che fu di mio nonno – racconta Giuseppe – La sveglia per mio padre suonava presto, alle 4.30 del mattino. Alle 5 era già in strada, si muoveva a piedi, per andare a recuperare il banchetto che teneva insieme con lo zio in un magazzino preso in affitto nel centro storico». Giuseppe se lo ricorda bene perché il magazzino era in una strada in salita e toccava a lui e ai suoi fratelli, ogni tanto, la sera, spingere su il banchetto, quando il papà era troppo stanco. Vincenzo lo montava già alle 5.30, pronto ad accogliere i bancari della Cassa di risparmio e del Banco di Sicilia che passavano per una lucidatina prima di entrare al lavoro: 30 lire a paio. Poi, seduto nella sedia accanto alla pedana, tirava fino alle 17. «Il pranzo – racconta Giuseppe – glielo portavamo noi figli, eravamo otto, a turno. Mamma preparava la pasta nel tegamino». Vincenzo guadagnava 400, 500 lire al giorno. «Ma alla mamma ne dava 300, il resto lo utilizzava per comprare i prodotti che miscelava in casa». I figli lo hanno costretto a smettere quando ha raggiunto l’età per la pensione che non avrebbe mai preso. Fu uno degli ultimi “sciuscià” a mollare, all’inizio degli anni Ottanta. Se pensa al ritorno degli lustrascarpe a Palermo, Giuseppe sorride: «Chissà se qualcuno oggi si fermerebbe ancora».
Gli “sciuscià” oggi sono 2.0, spesso calzolai che offrono anche questo servizio. A Verona, per dire, lavora Eleonora Lovo, la prima lustrascarpe donna; a Roma oggi quelle degli “sciuscià” sono botteghe chic, da piazza Parlamento a corso Trieste. «Credo che oggi un lustrascarpe in strada possa chiedere da 3 a 5 euro a paio, ma a chi conviene?», dice Mirko Merighi, responsabile comunicazione dell’associazione “Calzolai2.0” che ha 350 iscritti in Italia. «Forse sarebbe più utile puntare sul rilancio dei calzolai – dice – siamo rimasti 3.500 in tutto. E anche noi lucidiamo le scarpe. E lo facciamo bene».Sara Scarfia
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Le cento vite di un mestiere da Paperone a Malcolm x