Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  gennaio 12 Giovedì calendario

Lucido e spazzole contro la crisi, tornano gli sciuscià

PALERMO Negli anni Sessanta e Settanta si guadagnavano fino a 400 lire lucidando una dozzina di paia di scarpe al giorno: via la polvere anzitutto, poi toccava alla pomata e infine alle due spazzole che contemporaneamente ripulivano le calzature, mentre il cliente, assiso sul trono da strada, quasi sempre leggeva il giornale. Poi arrivarono le scarpe da tennis e pian piano, a partire dagli anni Ottanta, uno dopo l’altro i lustrascarpe sparirono dalle strade delle città. Oggi di “sciuscià”, dall’inglese shoeshine, il lustrascarpe del quale chiedevano gli americani sbarcati in Italia nel 1943, ne restano più o meno una ventina in tutta Italia, qualcuno a Roma, qualcuno a Napoli, due in Sicilia, a Caltanissetta.
«Perché non farli rivivere a Palermo?», si è chiesta l’associazione Confartigianato, che ieri ha annunciato la nascita di una cooperativa con l’obiettivo di creare dieci postazioni per i lustrascarpe nelle strade più affollate del centro. «Un’occasione per i disoccupati, che saranno formati gratuitamente da un calzolaio», dice Nunzio Reina, presidente di Confartigianato Palermo che ha diffuso un indirizzo mail (presidente@confartigianatopalermo. com) per raccogliere le candidature. «Recuperiamo una tradizione che può essere redditizia», aggiunge.
A Palermo, dei lustrascarpe non c’è più traccia. L’ultimo ha lasciato piazza Politeama, in centro, alla fine degli anni Ottanta. Ma negli anni Sessanta di “sciuscià” ce n’erano almeno una decina. Nella piazza del mercato storico del Capo, gli anziani ricordano quando, nel dopoguerra, si mettevano in fila la domenica mattina per farsi lucidare le scarpe a 10 lire. Prezzi da rione.
Il mestiere si tramandava di padre in figlio. Vincenzo Bartolotta ha lucidato scarpe per cinquant’anni, tra via Roma e piazza Borsa, nel cuore del centro oggi recuperato. A sentire la sua storia narrata dal figlio Giuseppe, 66 anni, sembra di rivivere le atmosfere neorealiste raccontate da Vittorio De Sica nel 1946 col film Sciuscià. «Mio papà e mio zio ereditarono il mestiere che fu di mio nonno – racconta Giuseppe – La sveglia per mio padre suonava presto, alle 4.30 del mattino. Alle 5 era già in strada, si muoveva a piedi, per andare a recuperare il banchetto che teneva insieme con lo zio in un magazzino preso in affitto nel centro storico». Giuseppe se lo ricorda bene perché il magazzino era in una strada in salita e toccava a lui e ai suoi fratelli, ogni tanto, la sera, spingere su il banchetto, quando il papà era troppo stanco. Vincenzo lo montava già alle 5.30, pronto ad accogliere i bancari della Cassa di risparmio e del Banco di Sicilia che passavano per una lucidatina prima di entrare al lavoro: 30 lire a paio. Poi, seduto nella sedia accanto alla pedana, tirava fino alle 17. «Il pranzo – racconta Giuseppe – glielo portavamo noi figli, eravamo otto, a turno. Mamma preparava la pasta nel tegamino». Vincenzo guadagnava 400, 500 lire al giorno. «Ma alla mamma ne dava 300, il resto lo utilizzava per comprare i prodotti che miscelava in casa». I figli lo hanno costretto a smettere quando ha raggiunto l’età per la pensione che non avrebbe mai preso. Fu uno degli ultimi “sciuscià” a mollare, all’inizio degli anni Ottanta. Se pensa al ritorno degli lustrascarpe a Palermo, Giuseppe sorride: «Chissà se qualcuno oggi si fermerebbe ancora».
Gli “sciuscià” oggi sono 2.0, spesso calzolai che offrono anche questo servizio. A Verona, per dire, lavora Eleonora Lovo, la prima lustrascarpe donna; a Roma oggi quelle degli “sciuscià” sono botteghe chic, da piazza Parlamento a corso Trieste. «Credo che oggi un lustrascarpe in strada possa chiedere da 3 a 5 euro a paio, ma a chi conviene?», dice Mirko Merighi, responsabile comunicazione dell’associazione “Calzolai2.0” che ha 350 iscritti in Italia. «Forse sarebbe più utile puntare sul rilancio dei calzolai – dice – siamo rimasti 3.500 in tutto. E anche noi lucidiamo le scarpe. E lo facciamo bene».Sara Scarfia



***

Le cento vite di un mestiere da Paperone a Malcolm x 
GLI scugnizzi chiedevano soldi per lustrare la scarpe. Erano bambini, nell’Italia stremata che usciva dalla guerra. Maschi, quasi tutti. Dicevano sciuscià, per dire shoeshine come gli americani. Pasquale e Giuseppe, protagonisti del film di De Sica (premio Oscar come miglior film straniero nel 1947) con le monetine guadagnate affittavano un cavallo bianco, Bersagliere. E seduti entrambi sulla sua groppa, se ne andavano in giro spavaldi per Villa Borghese.


Paperon de’ Paperoni, invece, sulla sua ci costruisce un impero. Strabilioni di strabiliardi, stipati in un’enorme cassaforte dentro la quale si tuffa con voluttà. Nato nel 1867 a Glasgow, Paperone discende da un clan scozzese molto nobile e molto povero. Suo padre, Fergus de’ Paperoni, per il suo decimo compleanno gli regala una scatola con gli attrezzi da sciuscià, per fargli capire che dovrà cavarsela. Dal primo cliente riceve un nichelino, non spendibile in terra scozzese. Per questa e altre ragioni, il papero finirà per imbarcarsi verso gli Stati Uniti, dopo aver raggranellato il denaro sufficiente lustrando scarpe in quantità. Ma quel primo nichelino, come sappiamo, non lo spenderà mai.


Lustrascarpe è divenuto sinonimo di adulatore, lecchino, qualcuno che si china fino a terra per rendere omaggio e ricevere il premio. Tutto quello strofinare e lucidare è considerato un gesto servile, modesto, disonorevole. In Goodfellas di Scorsese ( Quei bravi ragazzi, ndr), Billy Batts, scagnozzo della famiglia Gambino, per offendere Joe Pesci (Tommy De Vito), gli sussurra tra i denti Now go home and get your shoe box, riferendosi alla gavetta di lui e al mestiere della sua famiglia, partita appunto dalla strada. Tommy, imbufalito, lo uccide a mani nude.


Eppure Dickens sceglie proprio un lustrascarpe per mettere in scena uno dei personaggi più spiritosi e intelligenti del Circolo Pickwick. Sam Weller, dall’accento cockney e la battuta salace, si presenta spiegando che ha appena lucidato undici paia di scarpe e mezzo. Il mezzo, spiega, è di un uomo che, poveretto, ha una gamba di legno. Diventerà il valletto di Pickwick, un indimenticabile Sancho Panza inglesissimo. James Brown diceva di essere stato un lustrascarpe da bambino, e Malcolm X aveva lavorato in un club di New York con lo stesso incarico.


Marcel Marx, ultimo degli indimenticabili lustrascarpe, era invece scrittore, prima. Adesso vive con la moglie Arletty in un quartiere povero quando, inizia così Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki, vede un ragazzo, Idrissa, tuffarsi nell’acqua gelida per scappare alla polizia. Idrissa è africano, e sta cercando di partire per l’Inghilterra. Alla fine ci riuscirà, grazie all’aiuto di Marcel, di un commissario buonissimo e di un cantante in disuso che si offre di fare un concerto per raccogliere soldi. Ma era il 2011, prima della giungla di Calais. Adesso, forse, non bastano neanche gli sciuscià per fare un miracolo.

Elena Stancanelli