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 2017  gennaio 12 Giovedì calendario

Se il presidente Mattarella non scioglierà prima le camere, tra il 15 aprile e il 15 giugno saremo chiamati a votare due referendum

Se il presidente Mattarella non scioglierà prima le camere, tra il 15 aprile e il 15 giugno saremo chiamati a votare due referendum. Con uno, barrando il Sì, elimineremo i voucher. Con l’altro, sempre barrando il Sì, modificheremo la responsabilità delle aziende che affidano i loro lavori a una ditta vincitrice di un appalto. I due referendum sono stati proposti dalla Cgil che li ha presentati alla Corte costituzionale corredati da ben tre milioni e trecentomila firme. C’era in ballo anche un terzo referendum, e riguardava la disciplina del Jobs Act nella parte in cui regola i licenziamenti. Ma questo la Corte l’ha bocciato, con notevole dispetto della stessa Cgil la cui segretaria, Susanna Camusso, ha ipotizzato un ricorso alla corte europea.

Parliamoci chiaro, il vero referendum era quello sul Jobs Act.
Non creda che gli altri due siano così all’acqua di rose. È però indiscutibile che quello con maggior peso politico riguardava le facilità concesse da Renzi ai padroni che vogliano licenziare. Ora, come mai i 14 giudici della Corte non hanno ammesso la consultazione sui licenziamenti? Non possiamo saperlo perché ci è noto l’esito della discussione, ma ignoriamo le motivazioni della sentenza che conosceremo tra qualche settimana. Per quello che s’era capito alla vigilia, si sapeva che una parte dei giudici contestava il taglia-e-cuci compiuto dalla Cgil nella costruzione del quesito: abrogando certe parole e certe frasi, la legge veniva riscritta non solo ripristinando per intero le garanzie dell’articolo 18 del vecchio Statuto dei lavoratori (tutela completa nelle aziende con più di 15 dipendenti) ma estendendolo anche alle aziende con cinque dipendenti. Dicevano (e probabilmente hanno effettivamente detto) questi giudici: la Costituzione prevede solo i referendum abrogativi, non possiamo permettere che attraverso il taglio di alcune parole si scriva di fatto una nuova legge, compito che spetta al Parlamento. Altri giudici della Consulta hanno sostenuto, invece, che la pratica del taglia-e-cuci, cioè di abrogare solo certe parti di una legge in modo da trasformarla in qualcos’altro, risale ai primi anni Novanta e ai referendum elettorali di Mario Segni. Non accettare più il criterio sarebbe in contraddizione col passato e innoverebbe addirittura la giurisprudenza in materia. Capofila della prima tesi (sembra) Giuliano Amato. Capofila della seconda, la giudice Silvana Sciarra, relatore tra l’altro della decisione. È possibile che ab bia fatto pendere l’ago della bilancia il voto del presidente Paolo Grossi, che, in caso di parità, vale doppio.  

Come ha reagito la Camusso?
Ha criticato velatamente la decisione del governo di farsi rappresentare dall’Avvocatura («l’intervento non era dovuto, è stata una scelta politica»), poi ha subito chiarito che la decisione della Corte costituzionale non rappresenta affatto una sconfitta del sindacato. «Noi siamo convinti che la libertà dei lavoratori passi attraverso la loro sicurezza. Valuteremo la possibilità di ricorrere alla Corte Europea in merito ai licenziamenti. Non è che il giudizio della Corte di oggi fermi la battaglia sull’insieme della questione dei diritti. La notizia di oggi è che inizia una campagna elettorale dei due sì ai referendum. Chiederemo al governo tutti i giorni di fissare la data in cui si vota».  

Certo se il Sì vincesse anche stavolta...
Ci sono varie vie di fuga possibili. Intanto stavolta bisognerà raggiungere il quorum del 50% dei votanti più uno. Ho la sensazione che nel quorum si nasconda un’insidia anche per il sindacato: come saprebbe giustificare - eventualmente - l’incapacità di mobilitare un numero sufficiente di lavoratori? Seconda possibile via di fuga: le difficoltà politiche potrebbero a un certo punto costringere Mattarella a sciogliere le Camere, e nell’anno delle elezioni politiche non si possono tenere referendum. Terza via di fuga ipotetica: Gentiloni potrebbe modificare almeno la normativa relativa ai voucher e il referendum non potrebbe essere più ammissibile a legge modificata.  

Gli altri che hanno detto?
È interessante la posizione della Lega, perfettamente spaccata in due. Secondo il segretario Salvini si tratta di una sentenza politica, «gradita ai poteri forti». Secondo Calderoli, leghista di primissimo piano, «il no della Corte Costituzionale al referendum sull’articolo 18 e il sì a quelli sui voucher e sugli appalti rappresentano una decisione prevedibile e condivisibile sia rispetto alle due ammissibilità sia rispetto alla non ammissibilità al referendum sull’articolo 18. La Consulta ha lavorato bene, dimostrando piena autonomia».  

Che cosa rappresentano i due referendum ammessi?
Avremo modo di parlarne. Con uno si impedisce il ricorso ai voucher da parte dei datori di lavoro. Il sindacato considera questi tagliandi un incoraggiamento al precariato. L’altro referendum garantisce i lavoratori di una ditta che abbia vinto un appalto. Se la ditta non paga o fallisce, i lavoratori potranno rivolgersi all’ente che ha organizzato l’appalto e farsi rifondere.