Il Sole 24 Ore, 10 gennaio 2017
La morte di Rafsanjani e il futuro incerto di Teheran
Uno sguardo sornione, quasi felino, pronto alla battuta ironica ma anche ad afferrare la preda con un cinismo rapace: un mullah temprato dal carcere sotto lo Shah con l’istinto del politico e il senso degli affari. Un’indole che lo spingeva a cercare l’accordo, anche l’intesa sottobanco, e ad accettare lo scontro aperto solo quando lo riteneva ineluttabile: per questo aveva la fama di pragmatico e moderato tra i “falchi” saliti al comando nella repubblica islamica dopo la rivoluzione islamica dell’Imam Khomeini del 1979. In Italia era grande amico di Giulio Andreotti, il politico più apprezzato nella cerchia del potere e quando era caduto i disgrazia non aveva esitato a riceverlo a Teheran con gli onori di un capo di stato.
Questo era Alì Akbar Hashemi Rafsanjani chiamato anche lo “squalo”, in farsi “kuseh”, che significa sia pescecane che “senza barba”, per indicare che aveva il mento completamente glabro, Ma il soprannome che gli addiceva di più era il “padrino” perchè ha attraversato da protagonista tutte le vicende dell’Iran: leader della guerra contro l’Iraq negli anni Ottanta, due volte presidente della repubblica (dal 1989 al 1997), capo dell’Assemblea degli Esperti e attuale presidente del Consiglio per il Discernimento. Fu lui a convincere Khomeini nel 1988 a “bere l’amaro calice” della tregua con Saddam.
Rafsanjani già più di vent’anni fa puntava a rompere l’isolamento dell’Iran, a un’intesa con gli Stati Uniti, ad attirare i capitali esteri e liberalizzare i mercati del petrolio e del gas: i suoi fedelissimi, come l’attuale vice-presidente Eshqaq Jahangiri, sono ben presenti anche nell’attuale governo di Hassan Rohani. Proprio Rafsanjani fu anche uno dei maggiori sostenitori dell’accordo sul nucleare del luglio 2015, contestato dall’ala dura del regime.
Ci aveva accolto diverse volte nel suo ufficio e mostrava con un certo orgoglio una Bibbia regalatagli dal presidente americano Ronald Reagan. Se Alì Khamenei, l’attuale Guida Suprema, è il guardiano dell’ortodossia, Rafsanjani è stato il paladino del pragmatismo ma anche quello assai discusso e discutibile degli “affari”. Esisteva una sorta di “Rafsanjani Corporation”. Il suo clan a un certo punto si occupava di tutto. Un fratello, Mahamoud, era governatore a Qom, un cugino il più grande commerciante di pistacchi, un nipote, Alì Hashemi, supervisore del gas e del petrolio, il figlio maggiore, Mohsen, amministrava la metropolitana di Teheran, il più giovane Yasser, chiamato così in onore di Arafat, dirigeva un fattoria modello finanziata con l’importazione di alimenti per l’infanzia. Un cognato era governatore di Kerman, dove i Rafsanjani avevano un impianto di auto Daewoo. Senza contare che Moshen Rafiqdoust, ex capo della Fondazione degli Oppressi, il maggiore conglomerato del Paese, aveva sposato una sorella di Rafsanjani. Un nipote della moglie, Hussein Marashi, è l’uomo che oggi tutti devono conoscere per fare affari. Fino ad arrivare a Mehdi, forse il più brillante dei figli, adesso dietro le sbarre per una storia di tangenti.
La sua uscita di scena potrà influenzare le prossime presidenziali di maggio quando si giocherà la riconferma di Hassan Rohani che ha dovuto la sua elezione nel 2013 all’oliata macchina elettorale di Rafsanjani.
Con la sua morte i moderati perdono il loro padrino nel cuore del sistema. È stato protagonista di ogni stagione della storia palese e occulta della Repubblica islamica. Se fossimo entrati nella stanza dove stava morendo l’Imam Khomeini nel giugno 1989, avremmo incontrato cinque personaggi: il figlio dell’Imam, Ahmad, Alì Khamenei, l’attuale Guida Suprema, Hashemi Rafsanjani, Mehdi Karrubi e Hussein Mousavi, i due leader dell’Onda Verde del 2009, ancora agli arresti domiciliari.
Khamenei e Rafsanjani decisero le sorti dell’Iran dopo la morte del fondatore: uno fu eletto Guida Suprema, l’altro andò alla presidenza per otto anni. È questa diarchia, con le sue convergenze e i suoi contrasti, che ha indirizzato le sorti dell’Iran: adesso, solo al comando, resta Khamenei, la cui successione alla Guida Suprema è l’altra grande incognita dell’Iran.