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 2017  gennaio 09 Lunedì calendario

Il viaggio del cotone dai campi africani ai negozi della moda

È STATO IL primo, vero, grande commercio globale, ancor prima della rivoluzione industriale. Merci preziose – dalle spezie ai gioielli – giravano fin dall’antichità, ma in piccole quantità, in bisacce e qualche forziere.
Il cotone è il primo bene ad essere trattato, comprato, trasportato, venduto, sugli oceani, fra continenti, in ragione della sua quantità: quello che contava era il volume, il numero di balle (ognuna singolarmente di modesto valore) che i velieri della Compagnia delle Indie riuscivano a portare in Inghilterra. È stato anche il primo, clamoroso caso di protezionismo e guerra commerciale.
Spaventati dalla concorrenza delle pezze di cotone, filate e colorate in India, i produttori inglesi di lana riuscirono ad imporre, nel 1700, il blocco dell’importazione di cotone indiano (la Compagnia delle Indie continuò a venderlo nel resto d’Europa). Come spesso accade con il protezionismo, fu una vittoria inutile. Nei decenni successivi, il cotone cominciò ad arrivare dal lavoro degli schiavi nelle piantagioni delle colonie d’America: veniva trasportato grezzo, per essere filato e lavorato nelle fabbriche del Nord d’Inghilterra, da Manchester a Liverpool. Sarebbe diventato il protagonista incontrastato della Prima Rivoluzione Industriale. Il mondo moderno comincia con una balla di cotone.
Ancora oggi, con un commercio del cotone non solo globale, ma ramificato in ogni continente, il motore principale resta nell’America profonda. Non più nella Georgia di Rossella O’Hara e di Via col vento, ma un po’ più a Ovest, nel Texas occidentale, da dove proviene, oggi, il grosso del cotone Usa. È una produzione meccanizzata fino ad altissimi livelli di sofisticazione, capace di sfruttare al meglio anche raffinate previsioni atmosferiche (la raccolta del cotone ha una finestra temporale ristretta e non deve piovere). Il risultato sono prezzi stracciati, anche rispetto al lavoro miserabile, quasi tutto a mani nude, di un contadino del Burkina Faso. Infatti, gli Usa che sono, in volume, i terzi produttori al mondo, sono però i maggiori esportatori di cotone grezzo, in misura due volte e mezzo superiore all’India, seconda per export. Parlano i dati: gli Usa occupano un decimo dell’area mondiale dedicata al cotone, ma forniscono un quinto del raccolto globale.
Tuttavia, anche se gli americani dominano anche il commercio (cinque delle 13 maggiori società di trading sono americane), il cotone è un traffico globale che rimbalza da un paese all’altro. La balla di cotone grezzo è solo l’inizio di una lunga giostra mondiale. I grandi importatori di cotone, infatti, sono paesi come il Bangladesh e il Vietnam, specializzati nel trasformare la balla in filato. E da una ventina d’anni, nell’esempio di globalizzazione più diffuso, radicato e facilmente percepibile dai consumatori di ogni paese, è da lì che vengono i prodotti finiti, soprattutto, ma non solo, di abbigliamento. Guardate la targhetta della vostra camicia o della vostra tovaglia ed è probabile che troviate scritto “made in Bangladesh” o in Vietnam, benché nessuno dei due paesi coltivi cotone in misura significativa.
Ma il viaggio del cotone non si ferma qui.
Pochi altri prodotti hanno un numero di viaggi e di vite così fitto. Coltivazione, filatura, tessitura e confezione. E poi il cotone zombie: l’usato. Come ha documentato Pietra Rivoli in un libro diventato famoso ( The Travels of a Tee- Shirt) il viaggio del cotone non si ferma dopo che, dal Texas è finito in Vietnam per la filatura, poi in Bangladesh per la confezione e poi di nuovo negli Usa per essere venduto e indossato. Viene il momento in cui la tee-shirt viene buttata. Una Ong la raccoglie e il viaggio ricomincia. Nelle balle dell’usato, la maglietta del concerto dei Rolling Stones torna sull’oceano e finisce nei mercati africani, a Lagos piuttosto che a Dar es Salaam. Nel mondo globale, il cotone viaggia in cerchio.