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 2017  gennaio 09 Lunedì calendario

In morte di Rafsanjani

Viviana Mazza per il Corriere della Sera
La voce dell’annunciatrice alla tv iraniana tremava nel dare la notizia. È morto ieri per un infarto Akbar Hashemi Rafsanjani, 82 anni. Dire che è stato un ex presidente della Repubblica Islamica non rende l’idea: per tutta la vita è stato un manovratore della politica iraniana, tanto da meritarsi soprannomi come «Akbar Shah» (grande re). Era il nume tutelare dei moderati e dei riformisti, capeggiati dall’attuale presidente Hassan Rouhani, che credono nell’apertura all’Occidente e in maggiori libertà sociali. «Ora sui social network, giovani e riformisti temono che le forze moderate in Iran saranno indebolite», spiega Farahmand Alipour, attivista in esilio in Italia.
Insieme agli ayatollah Ruhollah Khomeini e Ali Khamenei, Rafsanjani è stato uno dei padri fondatori della Repubblica Islamica nel 1979. Nato da una famiglia benestante di coltivatori di pistacchi, sposato con una donna più ricca di lui, la sua fortuna è stimata intorno a un miliardo di dollari. Studiò teologia, finì in prigione sotto lo Scià, ed emerse come uno dei più ascoltati consiglieri di Khomeini. Alla morte dell’ayatollah, nel 1989, fu Rafsanjani – allora capo del Parlamento – ad aiutare Khamenei a diventare Guida Suprema, benché quest’ultimo non avesse il prestigio del predecessore. L’astuto Rafsanjani esibì una lettera dichiarando che esprimeva la volontà del defunto Khomeini. Pensava di usare Khamenei come facciata e di detenere il vero potere e fu presidente fino al 1997. Ma poi i rapporti tra i due cominciarono a deteriorarsi. «Uno scontro di idee, ma soprattutto di potere – spiega Alipour —. Rafsanjani era un pragmatico, è stato il primo a credere nel liberalismo economico, in migliori rapporti con Usa e Arabia Saudita».
Consapevoli della sua influenza, Khamenei e i suoi seguaci ultraconservatori e pasdaran lo hanno pian piano ridimensionato. È stato etichettato come «aristocratico», «capitalista», «sostenitore dell’Islamamericano». Nel 2005, perse le elezioni presidenziali contro lo sconosciuto Mahmoud Ahmadinejad. Non erano solo gli ultraconservatori a odiarlo: il rapporto con i riformisti fu a volte complicato, perché il suo ministro dell’intelligence uccise intellettuali e dissidenti. E ci sono altre ombre sul suo passato, come le accuse di coinvolgimento nell’attentato del 1994 al centro ebraico di Buenos Aires.
La spaccatura con Khamenei peggiorò nel 2009, quando Rafsanjani appoggiò il Movimento Verde che accusava Ahmadinejad di brogli elettorali. Così quando nel 2013, a 79 anni, tentò di ricandidarsi alla presidenza, il Consiglio dei Guardiani (espressione della volontà della Guida Suprema) mise il veto. «Era come dire: sei finito – spiega Alipour —. Gli tolsero la possibilità di tenere la preghiera del Venerdì all’Università di Teheran, due dei suoi figli, sostenitori del Movimento Verde, furono incarcerati. Ma Faezeh Hashemi, la figlia, probabilmente continuerà la strada del padre. Non è solo pragmatica, è più progressista e molto coraggiosa». Quest’anno ha avuto il fegato di far visita alla leader della minoranza religiosa Bahai, perseguitata in Iran; non le hanno permesso di candidarsi alle elezioni parlamentari.
Che conseguenze avrà la morte di Rafsanjani in vista delle presidenziali di maggio? Ellie Geranmayeh, esperta iraniana dello European Council on Foreign Relations dice al Corriere che l’ex presidente era stato «cruciale nel mettere insieme le fazioni politiche che hanno appoggiato il centrista Rouhani nel 2013. Così Rouhani ha perso uno dei suoi sostenitori chiave». Rafsanjani inoltre, che a suo tempo contribuì a creare il programma nucleare iraniano, è stato uno dei mediatori dell’accordo per limitarlo, raggiunto a Vienna nel 2015 con le grandi potenze mondiali. Ora Rouhani dovrà affrontare con un alleato in meno l’incertezza dell’era Trump. «Non sarà un danno enorme, aveva perso il suo potere» dice Alipour. Ma poi pensa al futuro: «Rafsanjani era membro dell’Assemblea degli Esperti, che sceglierà la prossima Guida Suprema. Avrebbe potuto spingere per una scelta più moderata».

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Claudio Gallo per La Stampa
Conservatore, riformista, pragmatico, corrotto, lungimirante, squalo: come un Talleyrand persiano, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani è stato molti personaggi, anche contraddittori, orchestrati da un’intelligenza politica che ha fatto di lui una delle figure cruciali della rivoluzione e della Repubblica islamica dell’Iran. I conservatori non piangono la sua morte, nonostante i tentativi di screditarlo è spesso riuscito a intralciare i loro piani cedendo solo di fronte all’intervento di Ali Khamenei, ex alleato della prima ora che a lui deve molto del suo successo. La Guida Suprema non ha mancato ieri di ricordare l’«amico», nonostante «i differenti punti di vista».
La sua scomparsa nell’anno delle elezioni presidenziali è un brutto colpo per i riformisti che perdono un prezioso regista. Nei giorni scorsi, alcuni fogli conservatori hanno fatto girare la voce che il presidente Rohani avrebbe visto bocciata la sua candidatura a un secondo mandato. Il clima è questo e l’America di Trump sembra voler ritirare la mano tesa (si fa per dire) di Obama.
Rafsanjani nasce il 24 agosto 1934, è un venerdì: a Teheran regna l’ex comandante della Brigata Cosacca Reza Shah, alla Casa Bianca c’è Frankin D. Roosevelt. La famiglia vive a Bahraman, un villaggio vicino a Rafsanjan, provincia di Kerman nel centro-sud dell’Iran, dove crescono i pistacchi più buoni del mondo. I genitori sono coltivatori benestanti. A 14 anni va a studiare a Qom, una specie di Vaticano sciita dove ci sono più seminari che case. Sui suoi studi religiosi i nemici hanno avuto molto da dire, il titolo esibito di ayatollah è infatti abbastanza incerto. D’altra parte, con la nomina a Guida suprema, lo stesso Khamenei ha scalato in un attimo le gerarchie religiose.
Fin dall’inizio Rafsanjani fa parte della stretta cerchia di Khomeini, il padre spirituale della rivoluzione islamica. Più volte arrestato, è sul palco dei vincitori quando nel febbraio del 1979 il regime dello Shah Mohamad Reza Pahlavi è travolto da una massa inferocita in cui si mescolano, anche se non in parti uguali, religiosi, liberali e comunisti. È interessante ricordare come nei primi giorni della rivoluzione, secondo lo stesso Rafsanjani, il Consiglio rivoluzionario avesse in mente una costituzione alla francese, dove non c’era posto per il «Velaayat e Faghih», il principio del «potere dei giureconsulti» che informerà poi la nuova repubblica dando vita alla figura indiscutibile della Guida Suprema. Facendo infuriare la destra religiosa, lo scorso anno Rafsanjani aveva ripreso il tema ricordando come dopo la morte di Khomeini si era a lungo discussa la possibilità che la guida della nazione potesse essere presa da un comitato ristretto e non da una sola persona. La proposta fu sconfitta per pochi voti. Per un regime ferocemente attento a perpetuarsi senza cambiare, la sfida è estremamente insidiosa.
La prima grande prova del fuoco per Rafsanjani è la guerra con l’Iraq (1980-1988). La guida dell’esercito spetterebbe al Presidente, allora Khamenei, ma Khomeini preferisce affidarla al più solido Rafsanjani, portavoce del parlamento. Lui fa un grande lavoro e alla fine, insieme con Mir Houssein Mousavi, il leader dell’Onda verde tutt’ora agli arresti domiciliari, riesce a convincere il vecchio leader ad accettare un accordo per fermare i combattimenti.
Con la scomparsa di Khomeni, nel 1989, si presenta il problema della successione. Rafsanjani spende tutta la sua influenza per fare eleggere l’outsider Ali Khamenei, con cui è in buoni rapporti e che, probabilmente, crede di poter controllare. Ma i rapporti tra i due si deterioreranno abbastanza presto, man mano che Khamenei deciderà di appoggiarsi ai conservatori dei grandi seminari e ai Pasdaran, nonostante l’idea di Khomeini che i militari dovessero stare alla larga dalla politica.
Tra il 1989 e il 1997 Rafsanjani presidente è diventato il politico più potente dell’Iran e anche uno degli uomini più ricchi. Il paese in ricostruzione dopo la guerra conosce una fase di riforme e caute aperture, nonostante le impennate dell’inflazione. Ma i suoi tentativi di modernizzazione sono snaturati da Khamenei che comincia a imporre i propri uomini nei posti chiave. Durante la sua presidenza avvengono i cosiddetti «omicidi a catena» di oppositori compiuti da apparati dello stato neanche troppo deviati. Il giornalista Akbar Ganji lo accuserà di sapere, ma un suo eventuale ruolo non è mai stato chiarito.
L’inaffondabile Rafsanjani conosce il declino, perde le elezioni contro Ahmadinejad, ma per lui c’è sempre qualche posto nei vari Consigli che costellano il potere iraniano. Nel 2009 si schiera a modo suo con l’Onda verde ed è quasi travolto dalla sua repressione insieme con la famiglia. Nel 2013 gli impediscono di candidarsi alle presidenziali, vinte poi da Rohani, comunque un suo uomo. Difficile ora immaginare come sarà l’Iransenza di lui, un paese che non ha ancora veramente provato il sollievo delle sanzioni revocate, dove oggi il futuro somiglia molto al passato.

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Vanna Vannuccini per la Repubblica
«ERAVAMO solo in cinque a decidere», ha scritto Akbar Hashemi Rafsanjani nelle sue memorie ricordando il tempo in cui insieme all’ayatollah Khomeini aveva guidato la rivoluzione contro lo scià e solo loro due, con qualcun altro in seconda fila, decidevano tutto nella Repubblica islamica. Fu lui, allora presidente del Parlamento, a convincere Khomeini nel 1988 ad accettare quello che l’imam chiamò “il calice di veleno”, la risoluzione dell’Onu che sanciva il cessate fuoco nella guerra iniziata da Saddam Hussein e costata un milione di morti. Mentre Khomeini sognava ormai di marciare su Kerbala, il luogo santo per gli sciiti, Rafsanjani era convinto che gli Stati Uniti non avrebbero mai permesso all’Iran di vincere la guerra.
Alla sua natura prammatica, resistente agli estremismi e incline al negoziato secondo le migliori tradizioni del bazar a cui la sua famiglia apparteneva, è rimasto sempre fedele. Il presidente Rouhani perde con lui un prezioso sostegno. Era stato Rafsanjani, che dopo la clamorosa esclusione della sua candidatura da parte del Consiglio dei Guardiani (il potentissimo organo costituzionale in mano ai fondamentalisti), aveva rinunciato nel 2013 allo scandalo e pattuito con la Guida Suprema che fosse accettata la candidatura di Hassan Rouhani, un moderato che aveva a lungo lavorato al suo fianco e che fu eletto a grande maggioranza anche con il sostegno dei riformatori che fanno capo all’ex presidente Khatami. L’unione delle forze tra Rafsanjani e Khatami (in termini occidentali diremmo tra centro e sinistra) è quello che ha permesso all’Iran di aprirsi al mondo e di firmare l’accordo nucleare. Rafsanjani l’avrebbe voluta già nel 1997 quando Khatami fu eletto presidente (grazie anche in quell’occasione al suo appoggio), ma allora non funzionò: una parte dei riformatori considerava disdicevole allearsi con un uomo così coinvolto con i lati più oscuri della rivoluzione khomeinista. Dovettero passare gli otto anni della presidenza Ahmadinejad perché tutti si accorgessero che era stata un’occasione perduta.
La sua presidenza, cominciata nel 1989 fu il primo tentativo di apertura della Repubblica islamica. Appena eletto annunciò “l’era delle Ricostruzione”. La guerra aveva avuto un effetto unificante sugli iraniani e aveva rafforzato la rivoluzione (contrariamente alle aspettative di chi l’aveva lanciata e sostenuta) ma aveva distrutto il Paese. Rafsanjani promise sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita ma l’isolamento internazionale dell’Iran era un handicap troppo pesante e durante il suo secondo mandato povertà e disoccupazione crebbero, anche a causa di un tasso di crescita esponenziale della popolazione provocato dalla richiesta negli anni 80 di Khomeini di dare figli alla patria (33 milioni di iraniani nel 1976 erano diventati 68 milioni vent’anni dopo). Crebbe anche la rabbia degli iraniani contro colui che gli studenti chiamavano il Pinochet iraniano, ma Rafsanjani era così convinto che solo una politica centrista avrebbe salvato la Repubblica islamica che anche nel 2005 si candidò contro Ahmadinejad per salvare il Paese dall’estremismo. Perse. Nel comizio finale andò a chiedere agli studenti di votare per lui nell’aula magna dell’Università di Teheran, che era come entrare nella fossa dei leoni. E li convinse: Hashemi, barayè raf e fascism, hemayatat mikonim (per sconfiggere il fascismo noi ti sosterremo), scandivano alla fine. Ma ormai era troppo tardi. Battuto ma non vinto. E alla fine, nel 2013, gli era riuscito di far eleggere un moderato. Il presidente Rouhani e alcuni ministri sono accorsi all’ospedale Shohada dove Rafsanjani è morto per un infarto cardiaco. Alle prossime elezioni in maggio, quando i fondamentalisti daranno battaglia senza quartiere per impedire un secondo mandato di Rouhani, la mancanza di Rafsanjani si farà sentire.

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Roberto Toscano per la Repubblica
CON Ali Akbar Hashemi Rafsanjani scompare uno dei massimi protagonisti della storia della Repubblica Islamica dell’Iran, ma quello che ci si chiede oggi è in che misura la sua morte possa influire sulla politica attuale.
E PIÙ concretamente sulle sorti del progetto di riformismo moderato del presidente Rouhani. Rafsanjani, pur non avendo più un ruolo di vertice nella complessa struttura del potere, aveva mantenuto un’influenza non secondaria, soprattutto data l’esistenza di un diffuso “partito rafsanjanista” – un partito non palese ma influente e trasversale cui appartengono, nello stato e nella società, e in particolare nelle élites economiche, tutti coloro che, pur sostanzialmente identificati con il regime nato dalla rivoluzione del 1979, sono convinti che la Repubblica Islamica potrà sopravvivere alle sfide sia interne che internazionali soltanto con il cambiamento e l’apertura al mondo. In sostanza, si tratta del partito che, spesso con echi gattopardeschi, pensa che il cambiamento nel regime sia l’unico modo di evitare il cambiamento di regime, anzi il rischio di un suo traumatico crollo.
I riformisti più radicali non hanno mai amato Rafsanjani, ma hanno compreso a loro spese che senza il suo sostegno, e il sostegno delle forze reali che a lui hanno sempre fatto riferimento, il loro progetto di riforma non aveva alcuna possibilità di prevalere.
Quando si analizzano le ragioni del sostanziale fallimento del progetto riformista di Khatami salta agli occhi che uno degli errori più fatali fu respingere l’offerta di appoggio di Rafsanjani. In quel momento sembrava ai riformisti che allearsi con lui avrebbe significato svuotare la spinta innovativa del loro disegno. Era probabilmente vero, ma era anche vero che ben presto divennero evidenti i fatali limiti di un riformismo nobile e autentico ma molto ideologico e non sufficientemente radicato nelle classi dirigenti soprattutto economiche.
C’è molto di Rafsanjani dietro l’attuale presidenza Rouhani, e la sua scomparsa quindi solleva interrogativi sulla tenuta del progetto politico, reso oggi fragile sia dalla delusione per i risultati dell’accordo nucleare, meno sostanziali di quanto sperato, sia dal probabile peggioramento della situazione internazionale dell’Iran a seguito dell’elezione di Donald Trump.
Per l’ala più conservatrice (ma forse sarebbe più corretto definirla reazionaria) del regime Rafsanjani era il nemico numero uno e anzi, l’elezione alla presidenza di Ahmadinejad nel 2005 si spiega in buona parte con la mobilitazione di un forte rigetto popolare contro uno storico dirigente rivoluzionario che era denunciato come l’incarnazione del potere elitario e plutocratico, nonché rappresentante di un clero nei confronti del cui privilegio anche gli iraniani più religiosi hanno da tempo sviluppato un atteggiamento di vera e propria ostilità. Sempre pronto, con più opportunismo che dogmatismo, a cogliere gli umori del Paese, il Leader Supremo Khamenei ha non solo recepito questi umori popolari, ma li ha addirittura favoriti promuovendo l’improbabile Ahmadinejad – per poi praticamente esautorarlo quando si rivelarono i danni che la sua gestione demagogica della presidenza stava causando.
Pur sconfitto politicamente, Rafsanjani aveva comunque continuato ad essere un protagonista, per quanto ormai occulto, della vicenda iraniana. Per questo la sua morte, oggi, non è affatto quella di un ex protagonista, ma rappresenta un fatto politicamente molto rilevante le cui ripercussioni, probabilmente nel senso di un ulteriore indebolimento di Rouhani, diventeranno evidenti nei prossimi mesi.
Non è nemmeno escluso che a questo punto Khamenei possa arrivare alla conclusione che è venuto il momento di mettere fine, come avvenuto per Khatami e Ahmadinejad, alla fase politica che si è tradotta nella sua presidenza.
I presidenti passano, il regime resta.