Corriere della Sera, 10 gennaio 2017
Il curioso feeling di Trump con l’odiato NY Times. Loro lo chiamano, lui risponde sempre
Il New York Times ? Un giornale fallimentare, disonesto, un fabbricante di menzogne: Donald Trump, che da mesi replica alle critiche della stampa criminalizzando i media, è stato rudissimo anche quando ha preso di mira il più autorevole quotidiano d’America. Ma poi, se vuole attaccare qualcuno o cerca di difendersi da una critica e i suoi tweet non gli sembrano sufficienti, il successore di Obama ricorre proprio all’odiato quotidiano liberal per ribadire e articolare le sue prese di posizione in brevi interviste telefoniche.
È successo già diverse volte – anche cinque giorni fa quando ha rilanciato le sue accuse contro i servizi segreti tre ore prima di incontrarne i capi e di nuovo ieri per replicare alle accuse di Meryl Streep – da quando, due settimane dopo le elezioni presidenziali, Donald Trump ha rotto il ghiaccio andando a incontrare la sua bestia nera nella sua tana.
Solita tecnica di «The Donald»: prima una raffica di tweet insultanti e la minaccia di far saltare l’appuntamento per mancanza di un accordo sulle «regole d’ingaggio». Poi il repentino ripensamento e la visita alla torre di Renzo Piano sede del glorioso giornale. Grande curiosità, accoglienza cordiale anche se non certo calorosa e l’incontro di un’ora con la direzione e i giornalisti politici di punta nella sala riunioni dell’editore, Arthur Sulzberger, al sedicesimo piano. Trump offre qualche dettaglio in più sulla sua strategia. Sulle questioni che indignano di più i progressisti, dall’abbandono delle politiche di tutela ambientale all’uso della tortura nell’interrogatorio dei terroristi, smussa gli angoli o fa addirittura marcia indietro.
Cosa che poi non gli impedirà di ritornare, dopo gli ammorbidimenti, ad una linea più dura. Durante l’incontro Trump cerca un appeasement : «Quando c’è qualcosa che non va, prima di attaccare, chiamate. Col vostro editore, Sulzberger, la porta è sempre aperta: vediamo se la questione può essere risolta». È la visione della libertà di stampa di un uomo di potere che pensa di poter regolare le controversie, a porte chiuse, dialogando con un altro ricco newyorchese. Non può funzionare: il Times continua a criticare le scelte di Trump e lui replica sparando a zero. Ma poi, mentre il neopresidente si nega ai media e non affronta conferenze stampa, il giornale chiama e lui risponde. Come se ci fosse un patto tacito tra due interlocutori che si combattono, ma si prendono sul serio.