Corriere della Sera, 9 gennaio 2017
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L’Africa ha un volto di donna
Non succede spesso che il potere, in un Paese democratico o in una dittatura, passi da un uomo alla sua ex. E, addirittura, con reciproca soddisfazione.
Potrebbe accadere in Sudafrica. A fine 2017 l’African National Congress, lo storico partito anti-apartheid che fu di Nelson Mandela, sceglierà il nome del nuovo leader, che prenderà il posto dell’impopolare Jacob Zuma come candidato dell’Anc (e probabile vincitore) alle elezioni 2019. Favorita alla successione di Jz è l’ex moglie Nkosazana Dlamini-Zuma. Una delle tante mogli del capo Zulu (in 74 anni ne ha collezionate sei), la terza e l’unica ad aver divorziato da lui (pur mantenendone il nome). L’altro giorno la potente ala femminile del partito ha dichiarato il suo sostegno per la signora Dlamini-Zuma, leader uscente della Commissione dell’Unione Africana (Ua).
Madame Africa ha 67 anni, da ragazza nel KwaZulu-Natal ha studiato zoologia prima di laurearsi in medicina all’estero, facendo avanti e indietro dall’esilio in Gran Bretagna durante gli anni dell’apartheid. Non è un volto nuovo: dal 1994 è stata sempre ministro, sotto ogni presidente. Mandela la mise alla Sanità, dove sostenne l’uso di un farmaco farlocco contro l’Aids, non riconosciuto dalla comunità scientifica mondiale. Sotto Thabo Mbeki è stata ministro degli Esteri, e quando Jz brigò per defenestrare Mbeki, lei, che ne era sostenitrice, fu una delle poche figure a non essere cacciata dal governo, dove fu spostata agli Interni. Con Zuma si erano conosciuti nello Swaziland nei primi anni Ottanta, dove Nkosazana lavorava come pediatra e Jacob era il capo delle spie dell’Anc.
Poi sono arrivate 4 figlie femmine (in totale Zuma ha una prole riconosciuta di 22 elementi), e il divorzio. Nonostante la rottura, o forse proprio grazie a quella, Jz e Nkosazana sono diventati una «ex coppia di potere». Molto potere. Lui inguaribilmente poligamo, lei politicamente fedele. Nel 2012, il presidente ha favorito l’elezione dell’ex moglie alla carica più importante del continente, prima donna a guidare la disastrata Ua. Lo fece per interesse: temeva che lei potesse scalzarlo dalla poltrona di leader Anc nella gara del 2014. Adesso Jz lavora per il risultato opposto: farsi sostituire dalla ex. Ha paura di non godersi la pensione da uomo libero. Finora è sempre riuscito a placare i morsi della magistratura (centinaia di capi d’imputazione per corruzione), perché il partito ha fatto da tappo alle inchieste. Ma con l’Anc in grave crisi (alle ultime elezioni provinciali ha perso Pretoria e Johannesburg) e l’opposizione di Alleanza Democratica guidata da un carismatico nero di Soweto, Jz potrebbe essere scaricato e finire un giorno a processo. Una presidenza Dlamini-Zuma sarebbe un’assicurazione per il futuro. Con lei alla guida, Jacob è sicuro di avere un trattamento agevolato, e un altro tappo a bloccare la giustizia. Diverso lo scenario se l’ex moglie dovesse perdere la sfida per il controllo dell’Anc con l’attuale vice presidente, l’ex sindacalista e oggi milionario signore delle miniere Cyril Ramaphosa. Madame Africa non ha brillato come guida del continente. E non brillerebbe sulla poltrona che fu di Mandela. Ma avere una donna al comando avrebbe un significato potente per un Paese al tappeto, quella Nazione Arcobaleno che ha bisogno di recuperare i colori del sogno.
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A chi le dice che è ricca perché è figlia del presidente, Isabel Dos Santos replica che ha cominciato a fare affari all’età di sei anni, vendendo uova agli amichetti. Ma chi la beve in un Paese come l’Angola, terza economia africana fondata sul petrolio, dove il papà di Isabel è al potere ininterrottamente da 37 anni e la maggioranza degli abitanti vive con meno di due euro al giorno?
Secondo l’ultimo rapporto del Global Gender Gap, che per conto del World Economic Forum fotografa la distanza fra uomini e donne in 144 Paesi del mondo (salute, educazione, economia, politica), l’Angola arranca al 117esimo posto della graduatoria guidata dall’Islanda. Il Sudafrica veleggia al 15esimo, molto più avanti dell’Italia (cinquantesima posizione). Degli ultimi venti Paesi in classifica, 8 sono africani (erano 10 quattro anni fa). Ma se ti chiami Dos Santos, a Luanda, è più facile dribblare le avversità e diventare la prima donna milionaria del continente (incoronata dalla rivista Forbes nel 2012). Non importa il Paese dove vivi, se è agli ultimi posti anche nella classifica della «corruzione percepita» (secondo Transparency International). La Nigeria per esempio è la prima economia dell’Africa, ma è quella che più esporta giovani sui barconi fino alle coste italiane. E se lì nasci studentessa a Chibok, ti può capitare di essere rapita e di superare (è un record di queste ore) la soglia dei mille giorni di prigionia.
Certo guidare la Sonangol, la compagnia petrolifera nazionale, in quest’epoca di vacche (e di pozzi) magri non è facile. «La principessa», come la chiamano gli angolani, ha ricevuto questo incarico da papà José Eduardo lo scorso giugno. Un gruppo di giuristi e oppositori ha presentato un ricorso alla magistratura, finora è rimasto lettera morta. D’altra parte questo è un anno particolare per l’Angola. Il papà-dittatore lascia la guida del partito di governo; l’Mpla ha candidato alla successione il ministro della Difesa Joao Lourenço. Nei circoli del potere, che poi sono quelli militari, la famiglia Dos Santos ha qualche problema d’immagine. La riduzione della torta del petrolio rende tutti un po’ nervosi. Lei, Isabel, sta attenta a non uscire dal profilo di donna d’affari che si è costruita in 43 anni (a cominciare dalle uova). La sua prima impresa di walkie-talkie, che racconta di aver avviato con i soldi ottenuti dalla vendita della sua automobile, è diventata un impero di telecomunicazioni e banche (con rami fino in Portogallo). E bisogna dire che, da quando lei guida Sonangol, il debito dell’azienda è calato da 13,6 miliardi di dollari a 9,8.
Prima dell’ultima crisi economica, c’era chi parlava della «principessa» come della futura regina dell’Angola. Lei oggi smentisce, con maggior veemenza che in passato, ogni mira politica, nelle rare interviste affidate al Financial Times, magari seduta da Scott’s, a Londra, davanti a un piatto di pesce al vapore. Isabel è una donna di mondo. Ingegnere nata a Baku, figlia della prima moglie russa del padre, Tatiana Kokanova, la principessa ha sposato un milionario del Congo (ex Zaire) che passa per grande collezionista d’arte. Sostiene di essere un’imprenditrice come tante altre, e di lavorare 7 giorni su 7. Come quando era bambina.