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 2017  gennaio 09 Lunedì calendario

Tra gli ossessionati dal gioco: «Ho smesso da anni ma non guarisco»

«C’è poco da stupirsi per ciò che è accaduto ad Ostia. Davanti ad una macchinetta scatta una sorta di dissociazione tra realtà e gioco. Il tempo reale non ha più valore. “Faccio ’na giocatina” pensano, ma l’ossessione cancella tutto ciò che li circonda. E la compulsività che porta alla ripetizione dei gesti chiude il cerchio. Ecco questa è la malattia».
Parola di Cesare Guerreschi, psicoterapeuta, autore di 8 libri sulla malattia del gioco e di una maxi ricerca condotta da negli ultimi 5 anni su oltre 11 mila persone (che sarà presentata al parlamento nelle prossime settimane). Lui non ha dubbi: uomini e donne davanti ad una slot sono perfettamente uguali. Ma i primi sono ancora i massimi fruitori di macchinette. Anche se il gap tra i sessi si sta lentamente, ma inesorabilmente, colmando. Ma abbandonare un figlio in auto al freddo e per quasi tre ore è un’altra storia, dottore, non crede? «Ci sono stati casi simili. Io li capisco, questa è una malattia vera e propria. anche se non li giustifico».
Dal suo osservatorio sulle dipendenze – la onlus Siipac – Guerreschi ha stilato un campionario di comportamenti e cause. Che hanno però un risultato comune: la difficoltà di andare a bussare alla porta di un Sert o di un gruppo di volontari per chiedere aiuto. E se lo fanno più facilmente – si fa per dire – gli uomini, per le donne, le mamme in particolare, è un dramma nel dramma. «Perché si tratta di ammettere l’esistenza di un problema, che fa loro perdere la dignità» ammette lo psicoterapeuta.
Già, la questione è tutta lì: riuscire a rendersi conto di avere un problema che non passerà con un’aspirina. «Da soli, credetemi, nessuno può farcela» ammette al telefono Vittorio, 52 anni, portavoce dell’associazione «Giocatori Anonimi» di Milano. E lui ne è l’esempio. Per 12 anni ha giocato a tutto quel che c’era da giocare. Ha dilapidato fortune, si è quasi rovinato. Ma l’ultimo giorno in cui ha preso una moneta da un euro e l’ha infilata in una macchinetta lui se lo ricorda benissimo: «Sono passati esattamente 5 anni e 18 giorni. E non sono ancora guarito del tutto. Io lo so: se spendessi anche una sola volta un soldo per tentare la fortuna chessò al Gratta e vinci mi ritroverei in quel tunnel lì. E uscirne sarebbe un disastro». Un altro disastro famigliare. «Anche se io non sono mai andato con un figlio in braccio. Se ne ho visti padri comportarsi così? Certo, nei bar che ho frequentato nella mia vita precedente, ho visto di tutto. Anche nonni seduti davanti ad una slot con il nipotino in braccio».
Il guaio vero è che i numeri dei malati che le strutture pubbliche riescono ad intercettare – ed aiutare – sono minimi. Un dato per tutti: lo scorso anno le Asl di Torino hanno preso in cura 365 persone. Una al giorno. Un po’ di più rispetto all’anno precedente. Ma sempre poche rispetto alla vastità del fenomeno. Rispetto al fatto che il ministero della Sanità ha inserito, e ormai da anni, la ludopatia nei Lea, i livelli essenziali di assistenza. Che poi è come ammettere che il gioco ossessivo compulsivo è un problema che non può essere liquidato con un’alzata di spalle. O contando semplicemente sul volontariato e le associazioni no profit. Come la Giocatori Anonimi che ha aperto sedi in tutta Italia. Anche più d’una nelle grandi città.
E allora c’è da domandarsi perché un uomo lasci un figlio in auto al freddo per giocare due ore. La risposta prova a darla ancora Guerreschi: «Gli uomini che approdano da noi sono in uno stato di prostrazione totale. Hanno perso le famiglie, sono in fase di separazione. Non hanno più amici e spesso anche i parenti li hanno mollati». Arrivano, come dicono alla onlus Siipac che «il re è nudo». Senza difese e dopo una lunga agonia esistenziale. «Fragili? Bisognerebbe parlare di dolore del giocatore» insiste ancora lo psicoterapeuta di Bolzano. Ma l’istinto paterno? La voglia di proteggere la vita dei più piccoli? «Davanti ad una macchinetta dimentichi tutto» insiste Vittorio. Anche che sei padre. Che fuori è freddo. E che in auto hai un bambino che ti aspetta. «Credetemi, tutto, tutto, tutto. Ed è un inferno quando ti rendi conto che non ce la fai ad uscirne».