Libero, 8 gennaio 2017
Solo un fondo su 5 batte il mercato
Spaventati dai prodotti bancari e scoraggiati dai bassissimi rendimenti del mercato obbligazionario gli italiani nell’ultimo anno si sono gettati in massa sul risparmio gestito. Secondo i dati di Assogestioni il settore cresce da 15 trimestri consecutivi. Solo a novembre il saldo della raccolta è di +3,3 miliardi. Mentre negli undici mesi le sottoscrizioni sono arrivate a quota 54 miliardi, con un patrimonio gestito di 1.903 miliardi di euro. Si tratta di una massa che consente all’Italia di accorciare sensibilmente le distanze con Francia (3.600 miliardi) e Germania (2.800).
A trainare la raccolta record sono stati principalmente i fondi comuni aperti, che da gennaio a novembre hanno rastrellato tra i risparmiatori circa 33 miliardi di euro.
Posto che l’investimento garantito, come abbiamo imparato negli ultimi anni, non esiste, che fine fanno i quattrini affidati alle società di gestione del risparmio? La risposta, purtroppo, non è granché rassicurante. Nel 2016 solo un fondo su cinque è infatti riuscito a fare meglio del mercato. Ad indicare la capacità della società di gestione di portare a casa rendimenti più elevati del settore di riferimento è il benchmark, ovvero un indice rappresentativo del mercato in cui vengono investiti i soldi dei risparmiatori. Se l’indice è cresciuto del 5% e il gestore ha ottenuto un rendimento del 4% è chiaro che qualcosa non ha funzionato.
Ebbene, secondo le rilevazioni effettuate da MilanoFinanza e dal Sole 24 Ore la percentuale di fondi comuni che hanno battuto il benchmark nel 2016 è stata del 21-22%. Il che significa che il restante 78-79% dei prodotti non è riuscito a superare l’asticella minima stabilita dal mercato, che in teoria dovrebbe avere performance più ballerine e meno affidabili di quelle messe in atto dalle società di gestione del risparmio (sgr). Le quali, oltretutto, si fanno anche pagare fior di commissioni. Tanto per avere un’idea, il costo medio ponderato di un fondo azionario italiano è del 2,11% rispetto ad una media europea dell’1,27%. Mentre per un fondo obbligazionario gli oneri medi sono dell’1,02%, rispetto allo 0,74% della Ue.
Intendiamoci, non si tratta di una grande novità. La scarsa percentuale di successo è in linea con la media storica dell’ultimo decennio, dove i gestori sono riusciti a fronteggiare il mercato solo nel biennio 2012-2013, con quote di rendimenti sopra il banchmark del 40%. Ma la consuetudine non giustifica i cattivi risultati. Sarà un caso, ma, vista l’incapacità di fare meglio, le sgr si stanno progressivamente spostando sui fondi flessibili. La caratteristica? Non hanno l’obbligo del banchmark.