La Lettura, 8 gennaio 2017
Il Robin Hood di internet
Il murale ritrae di trequarti il volto di un ragazzo: capelli lunghi, barba leggera, una luce furba negli occhi. Le labbra sono atteggiate in una smorfia d’impertinente ironia. Una scritta contrasta con l’insieme del profilo. Recita: «RIP AARON SWARTZ». RIP: ovvero, Rest in peace, riposa in pace. Siamo a Greenpoint, Brooklyn, New York City. Dall’altra parte dell’East River, di notte, splendono le luci di Manhattan.
L’undici gennaio 2013, una manciata di chilometri più a sud, in un appartamento di Crown Heights, viene rinvenuto il corpo senza vita di Aaron Swartz. Poche settimane prima aveva compiuto 26 anni. Al momento in cui sceglie di stringere qualcosa intorno al collo e lasciarsi andare, il giovane è oggetto di una pesantissima inchiesta giudiziaria. In passato ha avuto guai con l’Fbi, ed è fuori su cauzione. Secondo il procuratore distrettuale Carmen Ortiz, Aaron avrebbe trafugato illegalmente dalla repository Jstor del prestigioso Massachusetts Institute of Technology (Mit) materiale scientifico a pagamento. Per le autorità, quel genio, programmatore d’eccezione, celebre nei circuiti informali dell’ hacktivism – come viene indicata la magmatica galassia che intreccia pratiche di controinformazione, forme di guerriglia comunicativa, atti di disobbedienza civile —, sarebbe un ladro, reo di frode informatica. Aaron rischia fino a trentacinque anni di carcere. L’accusa è ingiusta. Swartz denuncia la natura inquisitoria del procedimento giudiziario e i risvolti kafkiani dell’incubo in cui è sprofondato. Infine, decide di sottrarsi in modo definitivo, rinunciando a un’esistenza consumata in sospensione tra gli opposti: tra una possibile ascesa nell’empireo del capitalismo digitale Usa e la scelta di una militanza radicale a favore della libera condivisione delle conoscenze.
Eppure, sembra tutto già scritto, fin dall’infanzia, quando il piccolo Aaron – nato a Chicago in una famiglia d’origine ebraica – comincia a programmare rivelandosi un enfant prodige delle stringhe di codice. A 14 anni, in anticipo sul tempo, in un mondo in cui la precocità è segno della predestinazione al successo, promessa di fulminanti scalate, fornisce un contributo sostanziale all’implementazione del formato RSS, importante «specifica» per lo sviluppo dei collegamenti ipertestuali e l’aggregazione di contenuti. Ma fa anche altro affiancando il giurista Lawrence Lessig, esperto di diritto e rete telematica, nell’elaborazione delle cosiddette licenze Creative Commons volte a codificare le forme di uso non commerciale e libera condivisione delle opere espressive d’ingegno, fuori e contro la logica proprietaria del copyright. L’irregolarità di Aaron è faticosamente repressa dallo sforzo di condurre una vita normale. Così, si iscrive all’università di Stanford, ma la lascia dopo un anno per fondare un’azienda di software: Infogami.
Swartz è inquieto, sempre proiettato in avanti. Per questo nel 2005 si lancia nell’avventura che darà vita a Reddit, un sito di social news in cui gli utenti possono condividere testi e immagini. Un «bordo del caos», Reddit. Uno spazio agitato in cui vigono pochissime regole restrittive e trovano diritto di cittadinanza perfino comportamenti legati al trolling, la condotta da guastatori che infastidisce i confronti virtuali; un’agorà telematica nel segno della libertà più estrema in cui i contenuti sovente risultano disturbanti o ambigui. L’avventura di Reddit non tarda a emanciparsi dal posizionamento di nicchia per coinvolgere milioni di utenti. Aaron guarda lontano e vende la sua creatura al colosso Condé Nast/Wired. È un buon affare. Il ventenne di genio sta per spiccare il volo. Si recita a copione: Aaron Swartz il Predestinato sarà un altro big boy dell’industria informatica. L’ American dream riluce ancora, nutrito dal silicio dei chip.
E invece le cose vanno diversamente. Ad Aaron, le maglie del colosso editoriale stanno strette. Per questo punta a farsi licenziare. Ci riesce e va incontro a una nuova vita: l’ultima. Swartz è affamato e folle, ma è diverso dai Signori del Web. La sua fame e la sua follia non sono quelle di Steve Jobs. Invita alla libertà della rete e all’ open access, non celebra il fascino cool della merce digitale. Ha già rotto con l’universo degli startupper e dei «capitani coraggiosi» in stile Silicon Valley. Se Bill Gates aveva scritto una famosa Lettera aperta sulla pirateria in cui invocava adeguate remunerazioni nello sviluppo dei software sollevando dubbi sulla sostenibilità della diffusione gratuita, Aaron Swartz sarà nemico a oltranza dell’individualismo proprietario di mercato e convinto assertore del «diritto umano» ad accedere a tutte le conoscenze.
Nel 2008 arriva l’illuminazione laica, il compiersi di una vocazione troppo umana che segnerà il destino di Swartz. Quell’anno partecipa a una conferenza sul diritto d’accesso alle biblioteche presso l’eremo dei frati di Cupramontana nelle Marche. Ed è allora che decide di votarsi totalmente alla condivisione di informazioni e conoscenze su scala globale. Teorizza l’applicazione dell’innovazione tecnologica in vista della creazione di una libera, infinita biblioteca al servizio del genere umano. Cinque secoli dopo, sembra risuonare ancora il grido di battaglia dei contadini tedeschi in rivolta contro i principi: Omnia sunt communia.
Nell’agire del giovane attivista rivivono la concezione che aveva animato i pionieri della rivoluzione tecnologica sempre in bilico tra controcultura e innovazione dal basso, il fare spontaneo e gratuito contro ogni valore di scambio, lo sperimentare comune in alternativa al diritto di proprietà. Corsi e ricorsi. Echi che risuonano nella galleria della storia. A Cupramontana si era ritirato un nobile del Cinquecento, Paolo Giustiniani, che aveva rinunciato alle sue ricchezze. Decisioni che rivoluzionano vite. Niente sarà più come prima. Cupramontana: un punto d’arrivo per Giustiniani, un nuovo punto di partenza per Aaron.
Novello Robin Hood in lotta contro gli sceriffi difensori dei moderni enclosures acts volti a privatizzare ciò che dovrebbe essere res omnium, beni comuni come l’acqua e l’aria, Aaron corre incontro a una tragica sorte. E il destino passa per un angusto sgabuzzino del Mit di Boston, dove viene ritrovato un computer. È collegato al database Jstor e scarica un archivio di articoli accademici liberamente consultabili dai detentori dell’accesso alla rete dell’istituto, ma a pagamento per tutti gli altri utenti. Non è un atto di pirateria. I contenuti, infatti, pur essendo stati acquisiti, non sono stati resi pubblici. Ma gli eventi precipitano. Una telecamera posizionata dagli inquirenti ritrae Aaron mentre scivola nello sgabuzzino e armeggia col computer. Da lì in poi, Swartz diventa l’oggetto di un’azione giudiziaria esemplare da parte del procuratore Carmen Ortiz, intenzionata a trasformare il caso in una crociata a difesa della proprietà intellettuale. Perché «rubare» è sempre rubare, e farlo con un piede di porco o con un computer non cambia le cose. E forse è più di una coincidenza il fatto che, nel 2009, Ortiz sia stata nominata attorney dello Stato del Massachusetts da Obama, sotto la cui amministrazione non si registreranno significative discontinuità in merito alla sorveglianza informatica di massa, inaugurata durante gli anni Zero in nome della guerra al terrorismo e divenuta un inveramento dell’orwelliano Big Brother.
In questo, la vicenda di Aaron Swartz sembra un prologo delle storie di Edward Snowden e Chelsea Manning, vittime di severissime azioni repressive per aver disobbedito divulgando informazioni riservate rispettivamente sul sistema del cyber-controllo e sugli abusi delle truppe americane in Iraq.
Aaron si dichiara innocente. Ha detto e scritto come la pensa nel Guerrilla Open Access Manifesto, ricordando che la condivisione di conoscenza non è «l’equivalente di saccheggiare una nave e assassinarne l’equipaggio». Al contrario, condividere «è un imperativo morale». E «solo chi fosse accecato dall’avidità rifiuterebbe di concedere la copia di un testo qualsiasi a un amico».
Non sarà ascoltato.
A 4 anni dalla morte, Aaron Swartz risulta una figura fondamentale per misurare l’ambivalente natura della rete telematica, terreno su cui si scontrano pratiche di liberazione e dispositivi di controllo. Molte cose sono cambiate dentro e fuori gli spazi impalpabili della connessione globale. Basti pensare a un certo uso del «falso», una volta strumento di resistenza ludica, ispiratore di provocazioni irriverenti e raffinati sabotaggi (dal celebre radiodramma di Orson Welles alle beffe mediatiche organizzate dagli attivisti che si riconoscevano nel multiple-use name di Luther Blissett), utili a disvelare vizi e tic dell’industria dell’informazione. Oggi, all’inverso, il falso è perfettamente sussunto da un nuovo modello d’impresa politica nel ciclo di produzione delle fake news, strumento imprescindibile per la costruzione del consenso. Oppure, si consideri la forma che la condivisione ha assunto negli ingranaggi della sharing economy, in cui la messa in comune alimenta il profitto di alcuni. Inoltre, contro le retoriche mobilitanti di internet come spazio di un’intrinseca democrazia diretta a colpi di clic, la militanza di Swartz allude alla trasgressività e alla rottura delle norme come condizione necessaria per favorire le scoperte e avanzare collettivamente. Una tensione che vive anche nelle battaglie di Richard Stallman per il software libero, o nell’esperienza delle avanguardie radicali che – dal punk del Do it yourself al più estremo underground artistico dedito alla sfrenata contraffazione, al détournement o al pastiche, fino alle autoproduzioni a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta – hanno affermato come tutto sia di tutti.
Lautréamont sosteneva che «il plagio è necessario, il progresso lo implica». Centocinquant’anni più tardi, nel ricordare Aaron Swartz, Jim Jarmusch gli farà eco con queste parole: «Nulla è originale. Ruba qualsiasi cosa stimoli la tua ispirazione o alimenti la tua immaginazione. Divora vecchi film, nuovi film, musica, libri, quadri, fotografie, poesie, sogni, conversazioni casuali, paesaggi, ponti, segnali stradali, alberi, nuvole, specchi d’acqua, luci e ombre. Ruba solo quello che parla direttamente alla tua anima. Se farai così, il tuo lavoro (e il tuo furto) saranno autentici. L’autenticità è senza prezzo; l’originalità non esiste».