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 2017  gennaio 08 Domenica calendario

Quando il rifugiato Dino Risi s’innamorò sulle Alpi Svizzere

Entrò in punta di piedi nella grande sala di proiezione. Bionda, con i capelli ondulati, pettinati come il vento. E ci fu un «oh» di meraviglia fra i rifugiati italiani. Poi in molti si alzarono in piedi, applaudirono. Autunno 1943, Mürren, alpi Bernesi, villaggio di 300 abitanti in faccia alla catena della Jungfrau, un piede di pascoli, piccolo altipiano denso di bellezza. E fra quegli italiani che applaudirono «la ragazza più bella di Mürren, la figlia del dottore» c’era Dino Risi, fresco di laurea in medicina e di fuga dall’Italia, con un sogno straordinario da realizzare: fare cinema.
In quel piccolo villaggio del Comune di Lanterbrunnen, uno dei tanti luoghi che la neutrale Svizzera destinò ai rifugiati di un mondo in guerra, il futuro regista de Il sorpasso s’innamorò, come il protagonista di un film. Riemerge quella storia dimenticata di quei mille italiani alloggiati al «Palace hôtel», come Dino Risi, o in altre strutture. Di fronte all’Eiger, simbolo delle sfide e delle asprezze dell’alpinismo eroico fra le due Guerre mondiali, s’incrociano storie di uomini liberi e in fuga, così come protagonisti del cinema, dello sci e dello sviluppo turistico. L’arte e la cultura degli italiani, la precisione e la lungimiranza degli ingegneri elvetici. Tutto in quel piccolo mondo che proprio quest’anno è pronto a celebrare il mezzo secolo dell’ultimo tratto della funicolare che da Mürren sale allo Schilthorn, monte che sfiora i 3000 metri ed è stato set cinematografico per James Bond al servizio di Sua Maestà del 1969.
Mille italiani tra il 1943 e il 1944 finirono lassù e sentivano sulle loro teste «il rombo degli aerei angloamericani che andavano a bombardare Milano, Torino e Genova», come scrisse Risi. Il regista sposò nel 1947, proprio a Mürren, quella ragazza che suscitò l’applauso dei rifugiati, Claudia Maria Mosca. E il loro primo figlio, Claudio, nacque l’anno dopo a Berna. Il regista ha da sempre custodito un prezioso ricordo di quell’angolo di Svizzera. Nel villaggio c’è un piccolo museo in cui c’è traccia di quegli italiani. Ma per ricostruire quella storia dimenticata del regista c’è voluta la cocciutaggine della giornalista italiana Federica De Luca, che cura l’ufficio stampa della regione Jungfrau. Due anni di lavoro. Il luogo dove rifugiarsi dopo l’armistizio e l’invasione delle truppe di Hitler è diventato per Dino Risi un luogo elettivo. E con lui al «Palace» c’erano i registi Giorgio Strehler e Giorgio Brusati, lo scrittore e pubblicista Livio Garzanti, il diplomatico Ugo Barzini. E Zeno Colò, il campione di sci dell’Abetone che partecipò alle gare del Lauberhorn sotto falso nome, era il signor Blitz.
Marco Risi, secondo figlio di Dino, dice: «Mia madre lo incontrò. Ne parlava. Ma ciò che ripeté fino all’ultimo istante, malgrado la malattia, era la frase che a Mürren disse a mio padre al primo incontro in cui lui era vestito con abiti troppo leggeri per la stagione. “Non ha freddo, dottore?”. E lui raccontava di quel matrimonio nella chiesetta cattolica svizzera, “io non sono sposato, ho assistito al mio matrimonio” perché non era credente, mentre la mamma sì, molto». In quella montagna da sogno, che suscitò la fantasia di Tolkien molti anni prima, quando Mürren fu rifugio di 850 inglesi, si girarono parecchi film, ma Dino Risi non lo fece mai. Ancora il figlio Marco: «L’aveva nel cuore e lì doveva restare. Mi disse “fallo tu un film qui”. Le sue ceneri e in parte anche quelle di mamma sono a Mürren. In uno splendido prato, non distante dal villaggio dove c’è una roccia a forma di cubo con un pino sopra. Sul tronco avevamo messo una piastra ovale con il nome e le date di papà. Un giorno sparì, qualche mano caritatevole l’ha avvitata in cima alla roccia. Non abbiamo mai saputo chi».
Gli internati di Mürren rivoluzionarono la vita del villaggio. Barbara, sorella di Claudia Mosca, ricorda: «Non era facile capirsi. Distanti per lingua e cultura, musicisti, scrittori, registi. Mio padre, medico condotto che aveva una clinica sotto casa, era il ponte tra questi mondi così diversi. Sapeva le lingue e riusciva a comunicare sia con persone come il generale Montgomery, di cui era amico, sia con i contadini che amava».