la Repubblica, 8 gennaio 2017
L’amaca di Michele Serra
QUANDO il mugugno si fa generico, e genericamente indirizzato “al potere che fa schifo”, il vero rischio è ammutolire per paura di ingrossare il tono nervosetto e sghignazzante che è diventato mainstream. Esempio tipico è la famosa faccenda dell’Italia “al settantasettesimo posto nella classifica della libertà di stampa”. Si tratta del rapporto annuale di Reporters sans Frontières; autorevole e utile, ma senza pretese di assoluta scientificità perché le fonti sono gli stessi giornalisti, suscettibili, come tutti, di privilegiare questo o quello tra gli impicci del mestiere. Quella classifica viene brandita come una clava da chi sostiene la generica scemenza (scema come tutte le affermazioni generiche) che “il giornalismo italiano è asservito”. Ignorando, per la fretta di dire una cosa che riempie la bocca, che la causa principale di quella posizione in classifica è data dal grande numero di cronisti minacciati dalla mafia, sotto scorta, uccisi; oppure trascinati in tribunale da poteri offesi (il processo Vatileaks ha fatto discendere all’Italia parecchie posizioni).
Non è dunque il servilismo ma il suo contrario a mettere a repentaglio quei giornalisti. Poi ovviamente ci sono anche i servi, i conformisti, gli incapaci, i faziosi, gli editori impuri, quelli prepotenti, i condizionamenti della pubblicità e mille altri problemi. Ma se tutto il fiato a disposizione viene consumato per spiegare a chi ulula che è meglio rileggere meglio il rapporto che egli stesso sta citando, poi non rimane più il tempo di parlare di nient’altro.