La Repubblica, 8 gennaio 2017
Tra gli anelli di Saturno
È cominciato tutto la bellezza di vent’anni fa, come iniziano sempre queste storie: il razzo vettore che si innalza da Cape Canaveral, gli occhi dei ricercatori che seguono ansiosi la sua parabola nel cielo della Florida. È continuata con un flipper planetario durato ben sette anni, con due flyby – passaggi ravvicinati – intorno a Venere e uno alla Terra, per sfruttarne la forza gravitazionale e lanciarsi come una fionda verso il Sistema solare esterno. E finirà a settembre, con uno spettacolare tuffo tra le densissime nubi di Saturno, dopo tredici anni di scoperte straordinarie, immagini meravigliose e tonnellate di dati scientifici prodotti. Sto parlando della missione Cassini- Huygens, partita nel 1997 alla volta di Saturno, dei suoi anelli e dei suoi satelliti, che ha studiato in lungo e in largo; lo scorso 30 novembre la sonda Cassini – il lander Huygens ha già terminato la propria attività, e al momento si trova sulla superficie di Titano – ha iniziato le manovre che la condurranno a chiudere la sua lunghissima missione. Cassini-Huygens è stata l’ultima grande missione congiunta Nasa-Esa – con consistente contributo anche di Asi, l’Agenzia Spaziale Italiana – e ha davvero rivoluzionato l’esplorazione del Sistema solare. Riassumere tutto quello che questi anni hanno significato per la fisica planetaria e per l’esplorazione spaziale è davvero difficile, tanta e tale è stata la mole delle scoperte.
Innanzitutto, abbiamo individuato due nuovi mondi che potrebbero ospitare la vita. Siamo abituati a immaginare la vita extraterrestre come una cosa remota, da cercare su qualche pianeta che orbita intorno a stelle lontanissime. Il Sistema solare, per contro, ci sembra un po’ l’orto di casa, un posto che conosciamo tutto sommato bene, e da cui non possano venire sorprese. E invece la sonda Huygens – per altro progettata e realizzata dall’Agenzia Spaziale Europea, e quindi con un contributo italiano – ci ha permesso di svelare caratteristiche sconosciute della più grande luna di Saturno, Titano, su cui è atterrata nel gennaio del 2005. Ha un’atmosfera densissima, composta principalmente di azoto, in cui si muovono nubi di idrocarburi. La sua superficie ospita laghi e mari di metano ed etano, e al suo interno c’è addirittura un mare d’acqua e ammoniaca. Inoltre, Huygens ha rivelato che Titano è l’unico posto del Sistema Solare, oltre alla Terra, a mostrare evidenze di un ciclo dei liquidi, come da noi quello dell’acqua: insomma, su Titano piove. Certo, è pioggia di metano ed etano, ma è pur sempre pioggia. E la presenza di acqua liquida, sebbene sotto la superficie, lo ha inserito immediatamen- te nel novero dei pianeti che potrebbero ospitare la vita. Prima dell’arrivo di Huygens e Cassini, di Titano si sapeva solo che era grande più o meno come Mercurio e che la sua atmosfera conteneva azoto. Nelle foto, appariva come un grosso pallino giallo.
Ma Titano non è l’unica luna di Saturno a essere in grado di ospitare la vita: Cassini ha scoperto che un satellite più piccolo, Encelado, non solo è coperto di ghiacci, ma sotto di essi ospita un enorme oceano di acqua salata liquida. Di tanto in tanto, il ghiaccio si frattura, e il vapore ne emerge con enormi geyser, che tra l’altro contribuiscono ad arricchire uno degli anelli di Saturno. E, a proposito degli anelli, Cassini ha ovviamente studiato a fondo anche quelli. Per comprenderne la composizione, ha analizzato come si modifica la luce di stelle lontane quando ci passa attraverso, e così ha confermato che sono composti principalmente di ghiaccio d’acqua, e che per questo sono così luminosi, che sono di ogni forma e dimensione, dal granello di sabbia a una montagna, e che c’è un continuo interscambio di materiale tra gli anelli e i satelliti.
Venendo infine al pianeta stesso, Cassini ha fotografato i primi fulmini extraterrestri mai osservati: attraversano la densissima atmosfera di Saturno, che è un gigante gassoso, ossia un pianeta composto per la gran parte appunto di gas. E ha studiato l’ormai famoso esagono, che si avvia a diventare l’immagine caratteristica di Saturno, come la «grande macchia rossa» lo è per Giove. Si tratta di un’enorme struttura, simile a un uragano terrestre, che interessa il polo nord del pianeta, e che Cassini ha rivelato avere una forma esagonale incredibilmente simmetrica. Si tratta di una tempesta ampia trentamila chilometri, con venti che soffiano a oltre 300 km/h.
Insomma, una missione straordinaria, che prevede un’uscita di scena altrettanto scenografica o, per usare la sobria retorica della Nasa, un Grand Finale. Nei prossimi mesi l’orbiter compirà una serie di orbite che lo porteranno tra Saturno e i suoi anelli. Sarà una manovra complessa e mai tentata prima, ma che, in caso di successo, permetterà di studiare il pianeta e gli anelli da distanza ravvicinatissima. Insomma, un nuovo record. Poi, Cassini si tufferà nell’atmosfera di Saturno, continuando a inviare dati a terra fino a quando i venti del pianeta e la sua gravità non lo distruggeranno. È stata scelta questa modalità spettacolare per la sua uscita di scena proprio perché Encelado e Titano potrebbero ospitare la vita: si vuole distruggere l’orbiter per evitare che vada fuori controllo, e possa contaminare con eventuali batteri terrestri questi mondi alieni.
Mentre attendiamo l’ultimo fuoco d’artificio, vi invito a visitare il sito della Nasa dedicato ( saturn. jpl. nasa. gov) per immergervi nel lato alieno del Sistema solare, e visitare comodamente da casa “strani nuovi mondi”, che per altro sono sull’uscio di casa, se confrontiamo la distanza Terra-Saturno con la vastità dell’Universo. A volte non occorre andare lontano per trovare cose straordinarie: basta affacciarsi appena alla finestra cosmica, con una specie di grosso autobus spaziale a farci da guida?