La Repubblica, 8 gennaio 2017
La guerra tra gang esplode in carcere e la mattanza ora scuote il Brasile
RIO DE JANEIRO «Sangue lava sangue». Tre parole. Un ordine, chiarissimo. Arriva in contemporanea su centinaia di account di WathsApp. Il tempo di essere scaricato, letto e scatta l’assalto programmato da almeno tre mesi. È il segnale che sancisce quello che tutti temevano: dalla fine di ottobre si è infranta un’alleanza che durava da vent’anni, quella che garantiva la pace e l’ordine all’interno delle prigioni del Brasile. Ma soprattutto il business che assicura un milione di euro a settimana. La posta in gioco è alta. Si tratta di spartire il corridoio amazzonico dove transitano tonnellate di cocaina provenienti dalla Bolivia e dal Perù e destinate al mercato europeo. Oltre a quintali di marijuana che arrivano dal Paraguay.
Trecento detenuti de la Familia do Norte (Fn), alleati del grande cartello dei narcos brasiliani Comando Vermelho (Cv), rompono i lucchetti che dividono il loro padiglione da quello degli affiliati all’altro importante gruppo, Primeiro Comando do Capital (Pcc). Avanzano con tutte le armi a disposizione: pistole, machete, mazze di ferro affilate come coltelli, punteruoli e bastoni. Lo scontro è durissimo. Si trasforma in rivolta e poi in battaglia. Con incendi, sequestri di guardie e prigionieri. In 90 riescono a fuggire; gli altri prendono tempo: minacciano, urlano, devastano, trattano. Uccidono. Ci vorranno 17 ore per riprendere il controllo del più grande complesso penitenziario dell’Amazonas, Anísio Jobin, nella regione di Manaus.
Nei corridoi, nelle celle, nei laboratori e i refettori giacciono 56 vittime. I loro resti, più che altro: braccia e gambe, corpi devastati, teste mozzate. I carnefici le sollevano come trofei, stringendo in mano anche i cuori strappati dal torace. Un rito macabro, quasi ancestrale, che viene filmato sui smartphone e postato in Rete.
È la sera del primo gennaio. Cinque giorni dopo la scena di ripete. Ma questa volta siamo nella parte opposta del Paese, nella provincia di Romaira, Stato di Minas Gerais, dove sorge la prigione agricola di Monte Cristo. Gli affiliati del Pcc cercano la vendetta. Assaltano il braccio del Cv che, però, non si fa sorprendere. Lo scontro rapido ma violentissimo: a terra restano 33 prigionieri. Anche qui ridotti a pezzi, squartati e decapitati. La maggioranza appartiene al Pcc. In cinque giorni, 95 morti: un quarto di quelli uccisi (372) in tutto il 2016.
Nato nel 1962 nella prigione di Candido Mendes, sull’Ilha Grande, a Rio de Janeiro, il Comando Vermelho diventa un’alleanza tra detenuti comuni e detenuti politici della Falange rossa, un’organizzazione che combatte la dittatura dei militari. Ben presto si trasforma in un Cartello che traffica in droga, compie rapine, estorsioni e commercia armi. Resta radicato nella città carioca e oggi conta su 7mila aderenti. Nel 1993, nella prigione di Taubaté, a San Paolo, si contrappone il Primeiro Comando da Capital. Sorge dopo il più grande massacro (111 morti) nella storia del Paese all’interno del carcere di Carandiru, il 10 ottobre del 1992. Oggi controlla l’80 per cento dei penitenziari, ha 12 mila aderenti, muove il 90 per cento della cocaina verso l’Europa, ha una stretta alleanza con la ‘ndrangheta.
Era dalla fine di ottobre che si temeva una carneficina. L’intelligence della Polizia federale aveva intercettato una serie di conversazioni tra i dirigenti del Pcc in carcere e alcuni capi di gang minori all’esterno. «Sembravano discorsi tra amministratori di multinazionali», ricordano adesso gli inquirenti. «Si discutevano cifre, tempi di consegne, partite, percentuali e guadagni». La cosa allarma. «I paulisti», spiegano le stesse fonti, «vogliono conquistare altri mercati. Era l’inizio di una guerra che si poteva riflettere fuori e dentro le carceri». Timori fondati. Si è rotto un equilibrio che ha riflessi anche politici.
La nuova guerra ha colto di sorpresa i brasiliani e lo stesso governo, troppo distratto dalle indagini sulla corruzione che rischiano di travolgerlo, da due anni di recessione, da un consenso scivolato al 20 per cento. Il presidente Michel Temer ha cercato di banalizzare la mattanza. «Un terribile incidente», ha twittato. Si è attirato una valanga di critiche e ha cercato di spiegare il senso del suo commento con un secondo post che indicava i sinonimi di terribile, ancora più imbarazzante. Il ministro della Giustizia, Alexandre de Morais, ha fatto peggio. Ha accusato i privati che gestiscono le prigioni, ha giurato che tutto era in ordine, che i penitenziari, con i suoi 622.202 detenuti (quarto al mondo come popolazione), erano sicuri. Un disastro. Sono tutti corsi al riparo. Saranno costruiti cinque nuove carceri, sul tavolo sono stati messi dieci milioni di dollari. Ma è tardi. Il Brasile, spaventato e disilluso, pensa a nuove elezioni. I Cartelli mostrano il loro vero potere. Senza accordo, la nuova guerra rischia di travolgere tutto.