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 2017  gennaio 08 Domenica calendario

Obamacare, luci e ombre. Più tutele ma troppi costi e al nuovo Congresso è battaglia sull’abolizione

«ABBIAMO realizzato ciò che nessun politico e nessun partito riuscì a fare per un secolo: 20 milioni di americani che non avevano assistenza sanitaria ora ce l’hanno; sono finite le discriminazioni contro i malati». Nell’ultimo messaggio radiofonico di Barack Obama alla nazione c’è questa rivendicazione orgogliosa della sua riforma sanitaria. Poco dopo arriva il tweet di Donald Trump: «Obamacare è un disastro, assistenza scadente, il costo delle assicurazioni è salito fino al 116% in Arizona». Mai transizione presidenziale sarà stata così conflittuale, tumultuosa, destabilizzante. In ogni campo, e particolarmente sul terreno della sanità, le posizioni sono estreme, inconciliabili.
Obama si prepara all’addio – questo martedì sera a Chicago – lanciando un duro avvertimento ai repubblicani: «Abrogare la mia riforma (Obamacare) senza varare un sistema che la sostituisca, è irresponsabile, folle». La maggioranza degli americani gli dà ragione: solo il 20% è d’accordo per l’eliminazione pura e semplice del sistema varato nel 2010 e in vigore a pieno regime dal 2014. Lo stesso presidente uscente, in un bilancio sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine, riconosce i problemi: «La mancanza di alternative sufficienti in alcuni Stati; le tariffe assicurative ancora inaccessibili per certe famiglie; i medicinali troppo cari». Non è poco, come elenco di difetti della sua riforma. Ma lui conclude sfidando i repubblicani: «Se presentate una riforma migliore della mia, avrete il mio sostegno».
Il capogruppo dell’opposizione democratica al Senato, Chuck Schumer, si prepara alla resistenza con questa ironica deformazione dello slogan elettorale di Trump: “Make America Sick Again”, “Rendiamo l’America malata di nuovo”, al posto di “Make America Great Again”. I democratici sono convinti che stia per scattare “La vendetta di Montezuma”, la maledizione storica che colpisce chiunque tenti di affrontare la questione sanitaria in America. Un flagello che non risparmiò Obama: quella che lui considera la sua eredità più importante, per alcuni suoi sostenitori fu invece un errore. Spese il capitale di consenso iniziale per una riforma impossibile, accelerò i tempi della rivincita repubblicana, perdendo le elezioni legislative fin dal novembre 2010. La nascita a destra del Tea Party, il vasto movimento di protesta che preparò il terreno a Trump, ebbe fra le cause iniziali Obamacare.
Per gli europei abituati ai sistemi sanitari nazionali, con un minimo di prestazioni pubbliche e universali, il regime americano è incomprensibile. Obamacare non lo ha rivoluzionato né semplificato. Quella degli Stati Uniti rimane una sanità prevalentemente privata, dalle assicurazioni agli ospedali. Fanno eccezione due sistemi: Medicare fornisce assistenza a carico dello Stato a 50 milioni di anziani sopra i 65 anni di età (ma usando assicurazioni private come erogatrici di prestazioni); Medicaid dà cure mediche pubbliche ai cittadini più poveri.
Cosa è cambiato, e cosa no, con la riforma di Obama? Avere un’assicurazione è diventato obbligatorio. Questo ha creato un onere per le piccole imprese che non includevano la polizza sanitaria nel pacchetto retributivo; oppure per i singoli cittadini che siano lavoratori autonomi, liberi professionisti, freelance, precari. Questi ultimi ricevono sussidi pubblici se il loro reddito è basso. Obamacare ha vietato alle assicurazioni una consuetudine diffusa quanto odiosa: il rifiuto di vendere polizze a chi era già stato ammalato. Infine si è allungata l’età in cui si possono tenere i figli a carico della polizza familiare. I miglioramenti sono reali, anche se i costi sono in parte scaricati sui cittadini o sulle imprese. Non è cambiato il difetto più grave del sistema: i costi fuori controllo.
Il vizio d’origine non venne affrontato con l’istituzione del Medicare nel 1966 sotto la presidenza di Lyndon Johnson. Già allora la lobby di Big Pharma era così potente che lo Stato si privò del suo potere maggiore: contrattare i costi dei medicinali con le case farmaceutiche. Lo stesso difetto è rimasto con Obamacare. Non c’è nella legge un’arma contro i comportamenti predatori dell’industria farmaceutica, al punto che gli stessi medicinali made in Usa talvolta costano meno in Europa. Le autorità pubbliche degli Stati Uniti non hanno potere su nessuno degli attori privati: né Big Pharma né le assicurazioni, né la classe medica né gli ospedali privati. Il sistema si avvita in un iperinflazione, le tariffe assicurative 2016 in media sono salite del 25%. L’Organizzazione mondiale della sanità denuncia l’inefficienza degli Stati Uniti: in percentuale sul Pil spendono quasi il doppio dei paesi europei e del Giappone, eppure gli indicatori di salute della popolazione sono peggiori. Unici a non accorgersene sono i dipendenti delle grandi aziende, che hanno buone polizze incluse in busta paga: le pagano senza saperlo, con un prelievo dal salario lordo. La battaglia dei repubblicani è ideologica; da sei anni promettono di smantellare Obamacare, è un punto d’onore. Trump li ha assecondati in campagna elettorale. Ora dovrà evitare che il Congresso gli consegni un’altra riforma maledetta, una bomba a orologeria destinata a creare nuove storture, iniquità, malcontento. Di toccare i grandi privilegi, i veri predatori della sanità americana, non se ne parla. Ci provò una certa Hillary Clinton quando era solo First Lady, nel lontano 1993. La sua prima, memorabile disfatta.