Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  gennaio 07 Sabato calendario

Il 1959 faceva schifo. Non è proprio il caso di averne nostalgia

Negli ultimi giorni i quotidiani importanti hanno dedicato molto spazio ai fulgori del 1959, un anno celebrato chissà perché come tra i migliori del secondo dopoguerra, padre del miracolo economico, zeppo di iniziative che portarono il benessere nel nostro Paese segnando il trionfo della ricchezza. Negli articoli edulcorati che narrano le vicende di quell’epoca c’è di sicuro qualcosa di vero, ma c’è soprattutto la nostalgia del passato di cui ricordiamo il buono e abbiamo scordato il cattivo, secondo il principio che i tempi andati sono preferibili sempre a quelli presenti. 
Dato che sono vecchietto, io nel 1959 c’ero e avevo già 16 anni, posso testimoniare senza temere smentite che dipingere quell’epoca come radiosa è una idiozia, specialmente se paragonata a quella che viviamo. È una balla che si stesse meglio allora di oggi, una forzatura basata sulla difettosa memoria dei fatti, fatti tristi per non dire orrendi. Basti pensare che le famiglie normali, non ricche, cioè la maggioranza straripante, abitavano in case piccole, magari di ringhiera, sprovviste di qualsiasi comfort. I termosifoni erano rari e privilegio di una élite, il frigorifero un oggetto sconosciuto, si adoperava la ghiacciaia dove si accatastava qualche cubo di ghiaccio comprato da un ambulante che aveva un carretto a traino animale. La lavatrice e la lucidatrice, nonché l’aspirapolvere, non c’erano. Lo scaldabagno funzionava a legna, per avere acqua tiepida sufficiente a riempire la vasca ci voleva un’oretta, forse di più. Il bidè? Non pervenuto. La carta igienica, idem: ci si accontentava di rettangoli ricavati dalle pagine dei giornali. Ecco, queste erano le delizie del 1959, anno felix del menga. 
La borghesia più solida in salotto aveva collocato su un vistoso carrello un apparecchio detto televisore, imponente e sacro quale tabernacolo, davanti al quale la sera i signori si riunivano in religioso silenzio per seguire Lascia o raddoppia, trasmissione condotta da un giovane Mike Bongiorno. Non rammento per quale ragione, i programmi televisivi per essere gustati appieno esigevano luci spente. 
La scuola elementare. Ogni classe era di 35 alunni, un solo insegnante. Per accedere alle medie bisognava sostenere l’esame di ammissione, quattro materie: italiano, aritmetica, storia e geografia. Se non lo superavi e aspiravi a continuare gli studi-sifaperdire-ericostretto a ripiegare sull’avviamento commerciale o industriale, dopo di che ti fermavi, facevi il libretto di lavoro (compiuti i 14 anni) e se eri fortunato finivi in una officina a prendere calci nel didietro, che costituivano la pedagogia maggiormente praticata, per imparare un mestiere e percepire duemila lire la settimana, se avevi fortuna. 
Questo dimostra che nel 1959 era difficile campare in modo egregio. I sindacati cominciavano ad alzare la testa e a ottenere qualche garanzia, per esempio il minimo salariale che in precedenza era un’utopia. Ma le paghe in quel periodo erano da fame: un operaio incassava 40 mila lire il mese, quando un chilo di pane costava 200 lire. Figuriamoci il companatico, riservato di conseguenza alle persone agiate. 
Un apprendista di ottima volontà aveva uno stipendio mensile di 15 mila lire. Un pacchetto di sigarette Nazionali esportazione si acquistava con 220 lire, dal che si deduce che un ragazzo lavorava otto ore al dì per l’equivalente del prezzo di due pacchetti di sigarette. 
Da notare che nel meraviglioso 1959 decantato dai media odierni non era concepita la settimana corta, si sgobbava anche al sabato senza incamerare straordinari. Si timbrava sei giorni su sette, punto e amen. Il biglietto del cinema, lo svago più diffuso, quotava 300 lire. 
Che c’è da rimpiangere di quel tempo miserabile e ottuso? Qualcuno blatera per sentito dire che, però, in quegli anni l’animo dei giovani era sostenuto dall’ottimismo, dalla sicurezza di avere davanti un futuro radioso. Sciocchezze. 
Ci si sposava a 23-24 anni non per scopare, posto che allora si scopava quanto oggi, solo con qualche accorgimento prudenziale in più, ma perché unendo due modesti stipendi se ne aveva uno decente che consentiva di andare avanti alla meno peggio. Certo, se poi arrivavano un paio di figli eri rovinato. Ma tutto dipendeva dalla tua abilità nel tirarti indietro al momento giusto, mai un attimo dopo, perdio. Da ragazzo maturai in materia una tardiva esperienza. 
Il raffronto con l’attualità è improponibile. Ora abbiamo i bamboccioni, i laureati triennali che si danno arie da quinquennali, è obbligatorio avere l’automobile, la frequentazione delle discoteche è equiparata alla santificazione delle feste comandate, le vacanze non si discutono, per finanziarle ci si indebita con la banca. Anche l’ultimo arrivato in azienda ha diritto a un mese di ferie. Il resto lo sapete meglio di me. I genitori e i nonni, di cui si attende la morte per ereditarne il gruzzoletto, si trattano come filippini con il vantaggio che, invece di retribuirli, li spenni. E loro si fanno spennare volentieri, pensando al magnifico 1959 del cacchio.