Il Sole 24 Ore , 8 gennaio 2017
Il basket dell’Nba macina record: il fatturato viaggia verso i 6,4 miliardi
La Nba ha sciolto le riserve sul nuovo contratto collettivo. Proprietari e giocatori hanno trovato l’accordo per le prossime sette stagioni a partire dal 1° luglio 2017, proseguendo sulla strada tracciata nel 2011.
Sarebbe stato difficile mantenere una fase di stallo, d’altronde, davanti ad una torta dal valore di circa 6,4 miliardi di dollari. A tanto ammonta la previsione dei ricavi del 2017, da dividere di fatto in parti uguali tra proprietari e giocatori (la percentuale che spetta a questi ultimi varia tra il 49 e il 51,2%). Il nuovo accordo si adegua alla pioggia di dollari provenienti soprattutto dal fronte televisivo: 24 miliardi in 9 anni da Turner Broadcasting Inc. e The Walt Disney Company. Un’intesa che ha fatto lievitare i ricavi collettivi (BRI, basketball related income) dai 3,8 miliardi del 2011 agli attuali 5,3 miliardi, con una proiezione da 6,4 miliardi per la stagione in corso.
Cifre che condizionano il salary cap adottato dalla Nba, pari a 94 milioni a squadra in questa stagione, e di conseguenza hanno portato i giocatori a siglare contratti record, con cifre destinate ad aumentare.
Nell’accordo collettivo sono previste nuove regole sulla composizione dei roster, oltre che sulle multe, sulle squalifiche per doping (25 partite di stop per uso di steroidi, 55 in caso di recidiva) e su argomenti relativi alle polizze assicurative e alle pensioni. Le modifiche più influenti saranno quelle sui nuovi criteri per le varie fasce salariali, con un balzo in avanti per tutte le categorie, dalle diverse tipologie di minimi salariali ai rookie contract (contratti firmati dal primo anno da professionisti). È però la nuova versione della Designated Player Rule a far capire l’impatto del nuovo contratto collettivo sulla Nba che verrà. La proposta di concedere un massimo salariale ad un giocatore “designato” nasce già nel 2011, ma questa versione aggiornata aumenta gli spazi disponibili dai possibili due rookie contract a quattro contratti, due rookie e due veterani. Per questi ultimi, il massimo salariale è pari al 35% del salary cap per i giocatori che rispettano uno di questi criteri: presenza in uno dei tre quintetti All-NBA o premio di Defensive Player of The Year nella stagione precedente o in due delle tre precedenti stagioni; oppure il premio di Mvp (miglior giocatore) in una delle tre precedenti stagioni. Per rientrare in questi criteri, inoltre, il giocatore deve appartenere alla squadra che lo ha scelto al draft o che ne ha acquisito i diritti sotto rookie contract. Per i giocatori “designabili” sotto contratto da rookie, il massimo salariale rimane al 30% del cap. I contratti dei Designated Player, sia rookie che veterani, prevedono inoltre un aumento annuo del 5% (contro il precedente 4,5%), mentre i giocatori che rinnoveranno con la squadra di appartenenza sfruttando i Bird Rights – eccezione salariale concessa a giocatori con tre anni di militanza in una squadra – vedranno aumentare la cifra annua dell’8% (contro il precedente 7,5%).
Considerando una proiezione del salary cap di circa 102 milioni di dollari per la prossima stagione, la base di partenza di un massimo salariale sarebbe di 35,7 milioni. LeBron James, il giocatore attualmente più pagato, ne prende meno di 31 e arriverà a 35,6 nell’ultimo anno di contratto. Manna dal cielo per chi rientra in questi criteri, come Stephen Curry dei Golden State Warriors (ad oggi l’82° giocatore più pagato con “soli” 12 milioni). L’Mvp delle ultime due stagioni porterà a casa il contratto più ricco nella storia del basket: un quinquennale da oltre 200 milioni di dollari, con un apice da 47 milioni nell’anno finale. Un contratto che da solo vale un terzo del salary cap, ma la particolarità della Nba è proprio quella di adottare un “soft cap” soggetto a sforamenti grazie a specifiche eccezioni come i già citati Bird Rights. Una particolarità che potrebbe salvare il “super-team” composto dalla franchigia californiana con l’ingaggio di Kevin Durant. Il colpo di mercato estivo può uscire dal contratto già a fine stagione per firmarne uno più vantaggioso e la speranza di Golden State è quella di convincerlo ad optare per un annuale con opzione da quasi 70 milioni con la possibilità di aumentare il proprio stipendio grazie ai Bird Rights nel 2019. Così in estate ci sarebbe spazio sia per Durant e Curry che per due gregari di lusso come Iguodala (Mvp delle Finals 2015) e Livingston, entrambi sotto contratto da almeno tre anni.
La somma di tutti questi contratti va oltre il limite imposto dal salary cap e qui subentra la Luxury Tax: una penale sul superamento del tetto, il cui ricavato va girato alle società virtuose. La domanda adesso è: Golden State può permetterselo? Oklahoma City nel 2012, ha sacrificato James Harden proprio sull’altare della Luxury Tax.