Il Sole 24 Ore, 8 gennaio 2017
Petrolio e commodities, perno della «caccia» ai rendimenti
Se il 2016 è stato l’anno del risveglio dopo un lungo periodo di contrazione o stagnazione dei prezzi, sul 2017 si staglia una atmosfera sostanzialmente positiva per le prospettive dei mercati delle materie prime: la maggior parte degli analisti esprime ottimismo e gli investitori appaiono pronti a fare delle commodities un focus della svolta verso una maggiore propensione agli asset di rischio. Il contesto è quello di una percepita ripresa dell’economia globale coniugata all’esaurirsi di una prolungata fase storica di tassi di interesse cadenti e di inflazione sottotono: così Goldman Sachs parla di un momento «ciclicamente più forte» che l’ha indotta ad alzare le sue previsioni all’aggettivo «bullish», mentre BankAmerica Merrill Lynch sottolinea con una certa enfasi l’approssimarsi della fine del «bull market nei bond durato 35 anni» come incentivo a cercare di trarre vantaggi dai venti globali di reflazione, nel quadro di un allentamento dei precedenti eccessi di offerta che caratterizza il settore del petrolio così come quello dei metalli non ferrosi.
Il risveglio
Il 2016 si è rivelato come un anno di svolta per numerose commodities, dopo cinque anni di ribassi generalizzati legati a diffuse tendenze deflattive, alte scorte, crescita globale contenuta e dollaro relativamente forte. I prezzi del petrolio hanno registrato un guadagno vicino al 50%, il migliore dal 2009. Ancora meglio hanno fatto zinco e gomma naturale, con una impennata di circa il 60%. Il rame ha interrotto il trend negativo con un progresso del 17% delle quotazioni: il suo recupero, evidenziatosi a partire da novembre, dovrebbe continuare grazie in particolare alla forte domanda attesa da Usa e Cina. Anche l’oro ha lasciato alle spalle tre anni di declino per chiudere in rialzo del 9% nonostante la netta contrazione nelle ultime settimane connessa al boom borsistico generato dall’«effetto Trump»: a questo punto, una performance positiva del metallo giallo nel 2017 è pronosticata da chi è pessimista sul perdurare delle (probabilmente esagerate) attese scatenate sui mercati azionari dall’elezione del nuovo presidente americano.
Uno scenario di maggiore spesa per infrastrutture negli States e l’accordo tra Paesi Opec e non-Opec per una riduzione della produzione (il primo del genere dal 2001) sono stati i due recenti elementi fondamentali di rilancio dell’ottimismo per il nuovo anno. Se pure non manca un certo scetticismo sulla volontà di alcuni produttori di rispettare l’intesa, la maggior parte degli analisti intravede una stabilizzazione al rialzo dei prezzi del greggio intorno a 60 dollari al barile, anche perché la domanda mondiale – trainata da Cina e India – dovrebbe salire di circa un milione di barili al giorno e portare in ogni caso nella seconda parte dell’anno a una domanda superiore alla produzione.
Negli ultimi giorni alcuni Paesi Opec, a partire dall’Arabia Saudita, hanno inviato segnali di serietà rispetto agli impegni presi, ma resta dubbio che la Russia faccia la sua parte, mentre alcune nazioni esentate dai tagli – come Libia e Nigeria – potrebbero alzare l’output oltre le previsioni. Per contro, una maggiore produzione Usa farebbe comunque da freno a eventuali forti spinte al rialzo dei prezzi petroliferi. JPMorgan, ad esempio, sottolinea che verso la seconda metà dell’anno la produzione «shale» statunitense dovrebbe aumentare. Nel settore del gas, un simbolo della crescente importanza del fattore «shale» Usa sono state le prime consegne dagli States in Italia a dicembre e in Giappone questa settimana.
I rischi
Secondo l’ultimo report degli analisti di Barclays, però, il 2017 potrebbe essere un anno di grandi sorprese per i mercati delle materie prime, in quanto soggetti a più accentuati rischi geopolitici. «Le nuove politiche di populismo e protezionismo commerciale hanno il potenziale di alterare le assunzioni correnti sull’offerta e la domanda globali per varie commodities», sottolinea il rapporto, citando oltre una dozzina di fattori potenzialmente dirompenti: da una guerra commerciale Usa-Cina a forti tensioni tra Usa e Iran. Un lungo elenco che si divide in minacce all’offerta (ad esempio, una implosione del Venezuela), alla domanda (come una inattesa brusca frenata dell’economia cinese) e alle rotte commerciali. Nella maggioranza, comunque, si tratta di elementi in grado di provocare rialzi dei prezzi più che un collasso delle quotazioni. Il rischio «downside», invece, potrebbe materializzarsi in presenza di una conbinazione di fattori negativi come una manovra rialzista sui tassi Usa più accelerata del previsto, un dollaro molto più forte e una guerra commerciale con la Cina.