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 2017  gennaio 08 Domenica calendario

Una curva chiamata Sivori. Il Cabezon ceduto alla Juve per finire il Monumental

Non c’è felicità senza sacrificio, non c’è gloria senza che prima si sia attraversato il dolore. I tifosi del River Plate se ne resero conto intorno alla fine degli anni Cinquanta. Prima erano allegri, spensierati, vincenti. Poi accadde una faccenda che aprì loro gli occhi: se volevano di più, dovevano accettare di perdere qualcosa. Non era un patto con il diavolo, o cose del genere, ma semplicemente una necessità. Per ampliare lo stadio Monumental, anzi per completarlo seguendo il disegno originario degli anni Trenta, erano costretti ad accettare la cessione del loro campione più famoso. Con i soldi ricavati, finalmente, si sarebbero terminati i lavori. Non fu semplice, dopo tanti successi e tanta gioia, rimettere i piedi per terra e prendere in considerazione l’idea che il futuro dipendesse da una decisione così brutale. Qualunque strada si fosse scelta, qualunque risposta si fosse data, sarebbero rimasti malumori e delusioni, per non dire di polemiche, tensioni e persino risse.
GLI INIZI Lo stadio Monumental di Buenos Aires, la casa del River Plate, venne pensato nel 1934 dall’allora giovane e ambizioso presidente del club: Antonio Vespucio Liberti. Per 570 mila pesos acquistò 84 mila metri quadrati di terreno, proprio a due passi dal Rio de la Plata, tra il quartiere Nunez e il quartiere Belgrano. L’idea era quella di costruire un impianto con quattro tribune, ma durante i lavori, che andarono avanti per quattro anni, ci si rese conto che i soldi non sarebbero bastati. Al presidente Liberti non restò che una soluzione: ordinare di innalzare soltanto tre tribune e lasciare uno spazio libero, proprio quello che dava sul fiume. Così il Monumental assunse, fin da subito, fin da quando venne inaugurato il 25 maggio 1938, lo strano aspetto di uno stadio a forma di ferro di cavallo. E lì dentro, anche se mancava un pezzo di struttura, nacquero leggende indimenticabili: in primis, la famosa Maquina degli anni Quaranta allenata prima da Renato Cesarini e poi da Josè Minella, quella che schierava una linea offensiva formata da Munoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Loustau, e che fece sgranare gli occhi agli spettatori di tutto il mondo. Giocava un calcio talmente bello, quella squadra, che persino un uruguaiano, il giornalista Borocotò, dovette inchinarsi e ammettere che non esisteva nulla di paragonabile.
IL TALENTO Mancava qualcosa, tuttavia, al River Plate. Vinceva ovunque e contro chiunque, ma c’era sempre quello stadio senza una curva ed era come un corpo senza un arto. Bisognava completarla, l’opera. Non c’erano soldi, però. Perlomeno non ce n’erano abbastanza. A quel punto i dirigenti si riunirono e misero l’argomento sul tavolo della discussione. Si capì immediatamente, fin dai primi interventi di quella riunione, che per finanziare i lavori si doveva mettere in vendita un calciatore. Il più importante e, quindi, il più costoso. A quell’epoca, si era negli anni Cinquanta, il migliore del River Plate era un ragazzino che Renato Cesarini aveva portato nelle giovanili direttamente da un quartiere della provincia di Buenos Aires. Si chiamava Omar Sivori, era un assoluto fenomeno. Forse un po’ rissoso e attaccabrighe con gli avversari, ma decisamente geniale. Tanto geniale che lo stesso Cesarini lo segnalò alla Juventus, squadra nella quale aveva giocato. Disse alla famiglia Agnelli, all’Avvocato in particolare, che non potevano lasciarsi sfuggire un talento simile. A capo del club bianconero, nell’estate del 1957, c’era il Dottore, Umberto Agnelli, e fu lui a condurre la trattativa, d’accordo con il fratello. Il River Plate chiedeva una cifra spropositata: 10 milioni di pesos. Tantissimi per un ragazzo che aveva soltanto 21 anni. Ma gli Agnelli accettarono la scommessa. Pagarono, prelevarono Sivori dal River Plate e lo piazzarono in un attacco che aveva già John Charles e Giampiero Boniperti. Un trio formidabile che, al primo campionato, conquistò subito lo scudetto dopo sei anni di digiuno. L’Avvocato amava ripetere: «Sivori è più di un fuoriclasse. Per chi ama il calcio è un vizio». A quel vizio i tifosi del River Plate ebbero la forza e il coraggio di rinunciare.
LA SCELTA I dieci milioni di pesos furono investiti immediatamente per completare il Monumental. I lavori durarono pochi mesi, lo stadio «a ferro di cavallo» sparì e, di colpo, ne comparve uno circondato da quattro tribune. Proprio come l’aveva immaginato il presidente Liberti. Non c’era più il buco, quello spazio aperto che guardava sul Rio de la Plata. Finalmente la casa era terminata. E tuttavia, mentre Sivori conquistava la gloria con la maglia della Juventus, irrideva il nemico con tunnel e dribbling, i tifosi del River si mordevano le mani perché non riuscivano più a vincere nemmeno lo straccio di un derby. Furono anni difficili, quelli che seguirono alla cessione del fuoriclasse. Anni di dolore e di privazioni. E di polemiche furibonde, di accuse. Dal 1957, ultimo anno con Sivori, il River Plate tornò a conquistare il titolo nel 1975. Una frattura dentro la quale crebbero il malcontento e la frustrazione. Ci si domandava, e non era un quesito irragionevole: valeva la pena cedere il miglior giocatore della squadra per poter completare lo stadio? Non conveniva tenersi quel fenomeno di Sivori e il Monumental senza una tribuna? In fondo non era tanto brutto, i tifosi si erano pure affezionati a quella strana forma: era un marchio di fabbrica, una specie di firma. La verità, però, alla fine di questa storia, è che nella vita non si può avere tutto, e chi lo pensa è un folle: bisogna fare delle scelte e assumersi responsabilità che, a volte (spesso), diventano un peso insopportabile. Questo è il gioco.