Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  gennaio 08 Domenica calendario

Il quasi-presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, fa spallucce anche di fronte all’ultimo scandalo che lo riguarda, indifferente ai titoloni dei giornali e alle intemerate televisive

Il quasi-presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, fa spallucce anche di fronte all’ultimo scandalo che lo riguarda, indifferente ai titoloni dei giornali e alle intemerate televisive.

Di che si tratta?
È la storia degli hacker russi che avrebbero lavorato non tanto per far vincere The Donald quanto per far perdere la Clinton. Il Washington Post ha pubblicato il contenuto di alcune intercettazioni da cui si capisce che i funzionari di Mosca, all’annuncio della vittoria del magnate biondo, esultavano e si congratulavano tra di loro. Aleksandr Vjarja, un programmatore che lavorava per i russi col compito di difendere il sistema dalle incursioni di hacker nemici (principalmente americani), è fuggito in Finlandia quando gli hanno chiesto di fare il lavoro contrario: trasformarsi in hacker e andare a disturbare i sistemi degli Stati Uniti. Da Vjarja e da altri si sono avute altre notizie su ciò che peraltro era noto: Putin sta lavorando da almeno tre anni alla formazione di un esercito di pirati informatici, pescando anche tra i criminali e persino tra i criminali finiti in galera per qualche truffa in rete. Si inquadrano gli assunti in società appaltatrici dell’esercito, che mantiene il controllo delle azioni (è la famosa Gru). Uno studente che sappia smanettare e voglia evitare il servizio militare sa dove presentarsi, dato che gli annunci vengono regolarmente pubblicati su Vkontake, il social più popolare da quelle parti.  

E in questo modo Putin avrebbe fatto vincere Trump? E senza le incursioni degli hacker avrebbe vinto Hillary?
L’altro giorno James Clapper, direttore nazionale dell’intelligence americana, insieme con John Brennan (capo della Cia), James Comey (capo dell’Fbi) e Mike Rogers (capo dell’Nsa) è andato a trovare Trump nella Trump tower e gli ha consegnato un dossier di 25 pagine. Alla fine dell’incontro ha emesso questo comunicato: «Noi riteniamo che il presidente russo Vladimir Putin abbia ordinato una campagna nel 2016 finalizzata ad influenzare le elezioni americane. L’obiettivo era minare la fiducia del pubblico nel processo democratico degli Usa, denigrare il segretario Clinton, danneggiare la sua eleggibilità e potenziale presidenza. Inoltre, riteniamo che Putin e il governo russo avessero sviluppato una chiara preferenza per il presidente eletto Trump». È abbastanza per far parlare i giornali, non abbastanza (ancora) per mettere in difficoltà il quasi-presidente. Non si dice infatti che il voto sia stato manipolato dai russi in favore di Trump, si ammette che non ci sono state «alterazioni nelle macchine per votare», e insomma «gli hackeraggi ordinati dal Cremlino non hanno avuto alcun effetto sul risultato delle elezioni». Putin, in questo modo, si sarebbe vendicato dello scandalo relativo al doping degli atleti russi, ampiamente cavalcato dagli americani. Trump, alla fine dei novanta minuti di briefing, s’è limitato a rispondere: «È stato un incontro costruttivo». E ha aggiunto di aver incaricato i capi delle spie (anche se Brennan e Clapper saranno sostituiti subito dopo l’insediamento, il 20 gennaio) di presentargli un piano su come «come combattere e fermare i cyber-attacchi contro gli Stati Uniti». Quindi se l’è presa con la stampa «che scrive falsità», eccetera eccetera. Niente di nuovo, su questo.  

Mi chiedo se il furbo Putin potrebbe tentare qualche colpo anche nei paesi dove si vota quest’anno.
I capi delle spie statunitensi dicono di sì. «Mosca applicherà le lezioni imparate per futuri sforzi di influenza a livello mondiale, anche contro gli alleati degli Stati Uniti e i loro processi elettorali». Tradotto: in Germania tenterà di far perdere la Merkel, in Francia di far vincere la Le Pen e da noi tiferà probabilmente per Berlusconi e la Lega (un altro punto di contatto con Trump, dato che uomini vicini al quasi-presidente hanno confermato ieri alla Stampa la simpatia della nuova Amministrazione per il fronte del No e comunque per le forze anti-europeiste).  

Gli americani votano in molti posti elettronicamente, da noi si procede ancora con le schede di carta.
Ma i russi hanno già fatto le prove, e a maggio si sono infiltrati nel sistema tedesco, in quello belga e in quello italiano (rete della Farnesina e rete del ministero della Difesa). Arne Schönborn, in Germania presidente dell’Ufficio federale per la sicurezza informatica, dopo le incursioni nella rete del Bundestag, in quella dei socialdemocratici, in quella della Linke e in quella dei giovani della Cdu, ha detto ai giornalisti che «le indicazioni puntano all’Advanced Persistent Threat (Apt28)», associazione di hacker russi anche noti come Sofacy Group.  

L’elezione di Trump è a rischio?
Se si potesse provare che era d’accordo con i russi... I democratici, mai così giù come adesso, ci stanno facendo un pensierino.