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 2017  gennaio 07 Sabato calendario

Venezia d’America: sole, gondole, turisti. Nella città simbolo della Florida in festa

Un pezzo di Florida da cartolina, con le palme, i negozi su Las Olas Boulevard, gli yacht che punteggiano la Millionaires Row. E in più le gondole: è chiamata la Venezia d’America, gemellata con la nostra Serenissima ma anche con Rimini, per via di quei 15 km di spiagge e divertimenti. Se la Florida è il Sunshine State per eccellenza, Lauderdale è Florida al suo meglio: da quelle parti hanno il sole 300 giorni all’anno, e la temperatura che a gennaio non scendeva mai sotto i 15 gradi neanche quando non c’era il global warming. Questo spiega gli 11 milioni di visitatori, che mese dopo mese si aggiungono ai 185 mila abitanti stanziali. Tra le paludi delle Everglades, con i suoi alligatori, e la Palm Beach amata da Donald Trump, con la sua «Casa Bianca estiva» di Mar-a-Lago.
La città, parte della South Florida Metropolitan Area, è una perla della Grande Miami con i suoi 5 milioni di anime abbronzate. In gran parte bianche: gli afro-americani sono il 28,9% (il doppio della media nazionale). Il nome viene da un uomo che non fu certo un eroe, quel maggiore William Lauderdale che nel 1838 fondò un avamposto (il New River Fort) nel corso della guerra agli «indiani» Seminole.
L’aeroporto della strage (FLL) si chiama Hollywood International. Non un grande hub: è il 21esimo degli Usa per numero di passeggeri (in 2,5 milioni sono passati dai suoi 4 terminal lo scorso novembre), e serve 30 compagnie aeree. È preferito dai turisti per la sua vicinanza ai moli da cui partono le Grandi Navi. Tra i turisti, una fetta storica è costituita da studenti, giovani che fioccano sulle spiagge dell’ Atlantico per le vacanze di primavera.
Sole, mare e (talvolta) terrore. La strage all’aeroporto FLL non costituisce una prima volta nella storia recente dello Stato del Sole. L’estate scorsa, la Florida è stata teatro dell’attacco più sanguinoso dai tempi dell’11 settembre 2001 e delle Torri Gemelle.
Una guardia privata di 29 anni, Omar Mateen, la sera del 12 giugno uccise 49 persone ferendone 53 al Pulse, una discoteca gay di Orlando. Killer solitari, storie e obiettivi diversi, lo stesso sbigottimento negli occhi dei sopravvissuti. A Orlando lo spazio claustrofobico di un club che ospitava una serata Latina per omosessuali. A Lauderdale i corridoi e i nastri trasportatori, il via vai del «ritiro bagagli» al Terminal 2, con decine e decine di passeggeri ripresi dalle telecamere accucciati sotto gli apparecchi fermi, o fatti allontanare dall’aeroporto passando per la pista assolata.
Fu una storia di sopravvissuti a dare la fama (e una candidatura al Premio Pulitzer) a uno scrittore di thriller che si è fatto le ossa come reporter proprio a Fort Lauderdale. Michael Connelly, il «papà» del detective Harry Bosch, autore di una trentina di romanzi, cominciò nella Venezia d’America come cronista di nera negli anni Ottanta, quando nel Sud della Florida non si respirava la stessa atmosfera che (fino a ieri) aspettava i turisti all’Hollywood International. Era il picco delle cosiddette «cocaine wars». Connelly seguiva gli omicidi legati alle guerre per il controllo del mercato della droga. Anche se fu una storia di tutt’altro genere a dargli notorietà. Nel 1986, con due colleghi, Connelly impiegò mesi per intervistare i sopravvissuti di un disastro aereo. Da lì spiccò il salto verso la California e il Los Angeles Times. Ogni tanto torna ancora sulla Costa Est. Cosa penserebbe, il suo Harry Bosch, del massacro di ieri all’aeroporto del sole.