Corriere della Sera, 7 gennaio 2017
Infrastrutture ko e soffiate su Mosca. Le opzioni per una rappresaglia Usa
NEW YORK Il senatore repubblicano Lindsey Graham vorrebbe «tirare un masso» contro gli hacker russi e «non il sassolino» lanciato da Barack Obama, con le sanzioni sui 35 diplomatici di Mosca.
Ma nella politica americana non c’è accordo su che cosa debba essere questo «masso», ammesso, e finora non concesso, che il nuovo presidente Donald Trump sia d’accordo.
Gli esperti della Cia e delle altre agenzie per la sicurezza stanno ragionando su tre opzioni. La prima: sottrarre informazioni riservate sul presidente Vladimir Putin. Per esempio eventuali movimenti sospetti di capitale, coinvolgimento personale negli affari di Stato, in particolare nelle forniture di gas e petrolio. Ma non è una missione facile. Gli investigatori americani stanno setacciando, per esempio, i «Panama Papers», i documenti dello studio legale Mossack & Fonseca, specializzato nella costituzione di società schermo. Per il momento l’unica notizia concreta, resa pubblica, è la scoperta di un tesoretto di 2 miliardi di dollari, intestato a un amico di Putin, il violoncellista Serghey Roldughin. «Sono soldi che ha usato per comprare strumenti antichi, io non ne so nulla», aveva commentato il 14 aprile scorso Putin che aveva aggiunto, irridente: «Da questi documenti vedo spuntare le orecchie degli americani».
Il problema, dunque, non è solo trovare i file giusti, ma le prove che possano inchiodare il capo di Stato russo e la sua cerchia di collaboratori più ristretta. Si è anche pensato di provare a intercettare le comunicazioni private di Putin e poi a diffonderle. Ma Barack Obama, finora, non ha scelto alcuna di queste opzioni, «perché – ha spiegato – il leader russo non si preoccupa della sua reputazione internazionale».
Le altre possibilità di «cyber war» all’esame avrebbero un impatto enorme sul rapporto tra Russia e Stati Uniti. Lo stesso Obama, a settembre, aveva avvisato Putin a margine del vertice G-20 in Cina: attenzione perché siamo in grado di agire con durezza. In teoria i servizi segreti potrebbero organizzare incursioni informatiche nelle centrali elettriche, nei sistemi che controllano il traffico aereo e ferroviario, mettendo fuori uso le infrastrutture vitali del Paese. Gli americani sostengono, pubblicamente, di essere più forti di tutti, dei russi come dei cinesi, «sia in attacco che in difesa». Ma è sufficiente per garantire la sicurezza degli Stati Uniti? L’esperienza dimostra che «essere i più forti» non significa disporre di protezioni impenetrabili. Lo spazio informatico americano è già stato violato più volte. Nel 2011 hacker iraniani cercarono di controllare a distanza la diga di Rye, nello Stato di New York. L’incursione fallì per un errore commesso dai pirati non per l’efficacia delle contromisure. Nel 2015 l’amministrazione Obama varò un piano per potenziare lo scudo informatico. Ma il 21 ottobre 2016 un attacco massiccio sulla costa Est mise fuori uso per ore decine di siti e piattaforme, da Twitter a Spotify, dalla Cnn al New York Times.
Al di là dei proclami, dunque, gli analisti sanno che il sistema americano è ancora vulnerabile. E Obama teme la contro-rappresaglia di Putin. Il leader russo ha già dimostrato di non avere problemi a ordinare azioni di vero sabotaggio. Nel dicembre 2015 gli hacker al servizio di Mosca si sono impadroniti di alcune centraline delle dorsali elettriche delle Ucraina, lasciando al buio circa 80 mila cittadini ucraini.
Anche per vincere la «cyber war» bisogna mettere in conto perdite e sofferenze. Ma né la vecchia America di Obama, né quella nuova di Trump sembrano disposte ad accettarlo.