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 2017  gennaio 06 Venerdì calendario

Così si individua un jihadista in cella

ROMA Amir veniva dalla Siria, e lì voleva tornare. Per andare a combattere. Quando è stato fermato all’aeroporto di Orio al Serio, con un documento falso e un telefonino pieno di propaganda islamica violenta, aveva 17 anni. È diventato il primo (e finora unico) detenuto minorenne accusato di associazione con finalità di terrorismo internazionale. Con il rito abbreviato l’hanno condannato a tre anni di pena. Con lui il Dipartimento della giustizia minorile ha avviato un percorso di «deradicalizzazione», con la collaborazione di assistenti sociali e psicologi, che per un periodo l’ha portato fuori dal penitenziario, con esiti positivi. Prima dichiarava di voler andare a combattere o farsi esplodere per uccidere gli infedeli, adesso sta cambiando visione del mondo.
Un esperimento confortante sul piano della prevenzione, guardato con interesse anche dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che gestisce centinaia di reclusi considerati a rischio. Tra i minorenni stranieri, oltre ad Amir, ce n’è solo un’altra decina (senza alcuna accusa specifica) sotto osservazione, mentre nelle carceri ordinarie sono 373. I dati aggiornati al 30 dicembre riferiscono di 172 detenuti «monitorati», perché accusati direttamente di reati connessi al terrorismo internazionale o ritenuti di interesse per «atteggiamenti che rilevano forme di proselitismo, radicalizzazione e/o reclutamento». Poi ce ne sono 64 «attenzionati» per via di «atteggiamenti che fanno presupporre la loro vicinanza alle ideologie jihadiste». Infine, sul gradino più basso della presunta pericolosità, si contano 137 «segnalati»: soggetti sui quali dalle prigioni sono arrivate informazioni generiche, sui quali sono in corso approfondimenti.
Prevenzione dietro le sbarreRispetto ai circa 11 mila detenuti di religione is lamica, di cui 7.500 praticanti, significa che il 5 per cento «desta segnali di preoccupazione a vario titolo», come ha ripetuto più volte il ministro della Giustizia Andrea Orlando negli ultimi mesi. Decidendo di dedicare molta attenzione a questo problema, tanto che alle riunioni del Comitato di analisi strategica antiterrorismo insediato al Viminale partecipano regolarmente i rappresentanti del Dap guidato dal magistrato Santi Consolo. La prevenzione passa anche dal costante controllo di ciò che accade dietro le sbarre, e di questo processo fa parte la «deradicalizzazione» tentata con i soggetti a rischio. Una strategia che si rivela più efficace quando lo Stato non mostra soltanto il suo volto repressivo; di qui l’intenzione di trasferire i detenuti islamici considerati di bassa pericolosità nelle vecchie colonie agricole penali, dove potrebbero godere di un regime più «aperto», che consenta loro di convincersi ad abbandonare propositi di aggressione e vendetta. Com’è successo nel caso di giovanissimo Amir.
Distribuiti sul territorioI reclusi che invece sono stati inseriti nel circuito dell’Alta sicurezza, quello più restrittivo e controllato, sono 44, distribuiti in dieci diversi istituti; una ventina in Sardegna, divisi tra Sassari e Nuoro, gli altri sparpagliati lungo la penisola. Prima erano concentrati per la maggior parte a Rossano Calabro, ma dopo gli episodi di giubilo dell’ultimo anno seguito agli attentati di Parigi, Bruxelles e Dacca si è deciso di separarli. Rientrano nella categoria dei «monitorati», e 37 di loro sono accusati di terrorismo internazionale: tre condannati con sentenza definitiva, due che aspettano il giudizio della Cassazione, sei in attesa dell’appello, 26 che non hanno ancora avuto il primo processo.
Di tutti gli altri, più di 300, si osservano ogni giorno con particolare attenzione i comportamenti quotidiani. «Sono ristretti principalmente per reati legati al traffico di stupefacenti, furti e rapine, e normalmente le detenzioni non sono molte lunghe – ha riferito il Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria nell’ultimo rapporto —. Non risultano gruppi estremistici islamici presenti sul territorio italiano in contatto con i detenuti monitorati», mentre «emergono contatti epistolari tra soggetti ristretti per reati di terrorismo e associazioni antagoniste italiane, il cui supporto è principalmente quello di pubblicazione delle lettere-denunce in opuscoli anticarcerari».
Gli indicatori della radicalizzazione – che di per sé non bastano a destare allarme, ma attivano la vigilanza – variano dalla pratica religiosa (se si intensifica, o se ci si allontana dagli imam moderati), alla routine quotidiana (rifiuto di condividere gli spazi comuni, di alcuni programmi televisivi o di bibite come la Coca-Cola, barbe lasciate crescere, abbigliamento tradizionale); dall’addobbo o decorazione delle celle (per esempio con scritte islamiche) al comportamento con le altre persone (aggressività o rifiuto di sottoporsi alle perquisizioni, rigetto degli operatori o reiterate disobbedienze), fino ai commenti sugli avvenimenti esterni: non solo l’esultanza per le stragi ma anche per calamità naturali nei Paesi occidentali come terremoti o alluvioni, critiche contro Israele o gli interventi armati nei Paesi islamici.